Guardava Erika seduta sul prato: la linea della schiena che si curvava un po' verso l'alto, le scapole che uscivano - uno sbaglio - dal vestito di cotone bianco troppo largo, o troppo stretto, non stava a lui dirlo. Quella sua testa bassa a cercare idee tra i fili d'erba. Non l'amava, quella testa. Non ne tollerava i pensieri leggeri, le preoccupazioni sciocche, non tollerava tutte quelle esperienze che aveva accumulato lì dentro e che ora la portavano a essere così: silenziosa e vuota cassa di risonanza delle sue frivole esigenze di base. Le importava mangiare bene e trovarsi dei vestiti carini da mettere; era il tipo di donna che passava giornate a guardare le vetrine dei negozi o a specchiarsi isterica in camera dicendo che niente, in quella massa di stoffa lanciata sul letto, non c'era niente che le stesse bene. Le interessavano le risate delle delle amiche, le interessavano i cani e un po' meno i gatti, le interessava il sesso, forse, ma di questo non era sicuro. Certo le interessava il potere che aveva su di lui.
Le avrebbe aperto la fronte e scavato via tutti i pensieri. Non amava la sua testa, ma adorava il resto: quei suoi occhi liquidi che lo fissavano mentre le scostava i capelli, le guance rosa, le orecchie perfette. Amava la sua bocca per tutti quei motivi per cui si può immaginare di amarla, una bocca; lo sterno magro, il seno quando si poggiava sul suo petto. Adorava il suo piccolo naso, che come un rabdomante la portava sempre, la sera, a poggiarsi tra le sue spalle, e ne amava le braccia per come sapevano roteare nell'aria. Amava la porta segreta del suo ombelico, i fianchi larghi; amava il sapore della sua pancia come non avrebbe mai amato nemmeno la più dolce delle madeleine. Amava i suoi piedi, le ginocchia, tutto.
Si chiedeva se era possibile, se era davvero amore, questo bisogno primitivo che lo legava al corpo di Erika. In passato aveva amato donne intelligenti e bellissime, donne buone; con loro non si era mai sentito così forte e smarrito al tempo stesso. Erano amori che poteva portare da sua madre, senza vergogna, cristallini, eppure erano finiti sempre male: amori gialli, quelli, come la luce del sole che calava lento nel giardino, sui capelli lisci e lunghissimi di Erika.
Si era alzata e gli correva incontro con un fiore in bocca. Era un amore rosso quello che sentiva per Erika, del colore di quella luna che ti incanta, rara, in certe notti d'estate, che ti fa chiedere come sia possibile che sia lì, vera, per te. Lo stupore che provava per lei era lo stesso ed erano sempre più frequenti i momenti in cui si chiedeva se non fosse più nobile questo amore fatto solo di carne e bisogno, senza regola e ragione se non la ragione stessa dell'esistere e farlo sentire vivo.
Non aveva una risposta: la luce gialla stava calando e uno spicchio di luna cominciava a crescere; la sola cosa a cui riusciva a pensare, mentre lei si avvicinava, era come le avrebbe strappato piano, senza romperlo, quel fiore dalle labbra.
giovedì 25 giugno 2015
lunedì 13 aprile 2015
Avanti
Il giorno in cui si erano conosciuti non l'aveva osservato bene. Aveva dimenticato i Rayban a casa e, con il sole che le bruciava la faccia, la sua concentrazione era tutta dedicata a tenere gli occhi aperti quando gli sorrideva. Aveva paura delle rughe, di fare troppe smorfie.
Per la maggior parte del tempo gli aveva guardato le cosce senza far salire più su lo sguardo, certa che lui l'avrebbe notato, segnando subito un primo punto a suo favore. Era troppo presto per questo genere di cose, meglio fermarsi pochi centimetri sopra il ginocchio. Portava jeans scuri, a contrasto con la mano lunga e bianca, da donna, che a momenti stava poggiata calma e a momenti, invece, volava via descrivendo cerchi di parole nel pulviscolo del pomeriggio.
Aveva sempre pensato che il sole ingannasse, per questo appena poteva inforcava gli occhiali da sole. Era quel genere di imbroglio che è più che altro un eccesso di verità, come la luce nei camerini di Intimissimi. Il baluginio di colori che vedeva sovrapporsi alla sua immagine era reale? Si chiedeva se il suo volto fosse davvero così bello o se era lei che, abbagliata, lo copriva con un'immagine che era reale solo nel suo sguardo.
Tutte queste domande le frullavano in testa confondendola come il vino che lui aveva portato per accompagnare i panini del pranzo del primo maggio. Lui parlava, muoveva le braccia, rideva e si soffermava con lo sguardo su un particolare lontano; le dava spazio. Lei rispondeva, sorrideva, giocava con i capelli, mangiava.
Aveva assaporato il picnic con una lentezza che normalmente l'avrebbe sfiancata, aveva alternato il pane alle fragole, al lambrusco. Per un momento aveva pensato che fosse esattamente quella la felicità: rosso tra le labbra, bianco accecante in testa. Ma era stato solo quando si era liberata della luce che aveva capito davvero che quello sarebbe stato un giorno importante.
Stavano tornando verso le macchine, gli amici li aspettavano più avanti; dietro, il sole del tardo pomeriggio proiettava le loro ombre sull'asfalto. Erano belle, le loro ombre, due corpi che danzavano snelli, fondendosi tra loro e con la terra grigia. In quel momento la confusione della giornata era svanita e aveva capito che doveva andare esattamente dove le loro ombre stavano già andando.
Per la maggior parte del tempo gli aveva guardato le cosce senza far salire più su lo sguardo, certa che lui l'avrebbe notato, segnando subito un primo punto a suo favore. Era troppo presto per questo genere di cose, meglio fermarsi pochi centimetri sopra il ginocchio. Portava jeans scuri, a contrasto con la mano lunga e bianca, da donna, che a momenti stava poggiata calma e a momenti, invece, volava via descrivendo cerchi di parole nel pulviscolo del pomeriggio.
Aveva sempre pensato che il sole ingannasse, per questo appena poteva inforcava gli occhiali da sole. Era quel genere di imbroglio che è più che altro un eccesso di verità, come la luce nei camerini di Intimissimi. Il baluginio di colori che vedeva sovrapporsi alla sua immagine era reale? Si chiedeva se il suo volto fosse davvero così bello o se era lei che, abbagliata, lo copriva con un'immagine che era reale solo nel suo sguardo.
Tutte queste domande le frullavano in testa confondendola come il vino che lui aveva portato per accompagnare i panini del pranzo del primo maggio. Lui parlava, muoveva le braccia, rideva e si soffermava con lo sguardo su un particolare lontano; le dava spazio. Lei rispondeva, sorrideva, giocava con i capelli, mangiava.
Aveva assaporato il picnic con una lentezza che normalmente l'avrebbe sfiancata, aveva alternato il pane alle fragole, al lambrusco. Per un momento aveva pensato che fosse esattamente quella la felicità: rosso tra le labbra, bianco accecante in testa. Ma era stato solo quando si era liberata della luce che aveva capito davvero che quello sarebbe stato un giorno importante.
Stavano tornando verso le macchine, gli amici li aspettavano più avanti; dietro, il sole del tardo pomeriggio proiettava le loro ombre sull'asfalto. Erano belle, le loro ombre, due corpi che danzavano snelli, fondendosi tra loro e con la terra grigia. In quel momento la confusione della giornata era svanita e aveva capito che doveva andare esattamente dove le loro ombre stavano già andando.
mercoledì 11 marzo 2015
Passare il confine
Lina è arrivata al confine. Lo aspetta.
Ha bisogno di una spinta per passarlo, che sia avanti, che sia indietro.
Entrambe le possibilità la spaventano, entrambe e in egual misura.
E allora vorrebbe dirgli di non fare nulla, solo arrivare presto, abbracciarla.
Tenerla immobile tra le sue braccia.
Finché dura, finché un poliziotto non arrivi a dividerli, finché non le scappi la pipì.
Ha bisogno di una spinta per passarlo, che sia avanti, che sia indietro.
Entrambe le possibilità la spaventano, entrambe e in egual misura.
E allora vorrebbe dirgli di non fare nulla, solo arrivare presto, abbracciarla.
Tenerla immobile tra le sue braccia.
Finché dura, finché un poliziotto non arrivi a dividerli, finché non le scappi la pipì.
mercoledì 4 febbraio 2015
Prezzemolo e finocchio
Essere superstiziosi porta sfiga, diceva Woody Allen. Non è vero, ma ci credo, rispondeva Maurizio Di Bella.
Tornata dal mio primo viaggio in Asia, ho letto Un indovino mi disse, di Terzani. In Asia c'ero andata in aereo e, al massimo, avrei potuto scrivere Un ladyboy mi disse.
L'ultima volta che sono stata a Parigi ho cercato il caffé dove Jodorowsky legge i tarocchi, il martedì. Però era giovedì e c'era solo un vecchio che leggeva Le Monde, in silenzio. Non dicevano molto nemmeno i fondi del mio caffè: costava due euro e cinquanta e non era per niente buono.
A Bali non mi hanno convinto a cercare Mr Ketuk che ha letto la mano a Julia Roberts: c'era un ristorante vegano da provare e un negozio di gioielli troppo belli da guardare.
L'ultima volta che sono stata a Parigi ho cercato il caffé dove Jodorowsky legge i tarocchi, il martedì. Però era giovedì e c'era solo un vecchio che leggeva Le Monde, in silenzio. Non dicevano molto nemmeno i fondi del mio caffè: costava due euro e cinquanta e non era per niente buono.
A Bali non mi hanno convinto a cercare Mr Ketuk che ha letto la mano a Julia Roberts: c'era un ristorante vegano da provare e un negozio di gioielli troppo belli da guardare.
In Calabria non ci sono mai stata, ma oggi ho scoperto che in Calabria ti tolgono il malocchio. Si fanno il segno della croce, dicono qualcosa tipo Santarosoliachelinvidiaportivia e poi preparano un pinzimonio in un piattino di terracotta azzurra.
Quando me l'hanno proposto ho ponderato il mio bisogno di riconnettermi con il primo chakra, ho ripensato a Terzani, alla psicomagia e a quando abitavo dalle suore in Piemonte (il massimo della mia esperienza mistica nell'ambito della tradizione cristiana). Alla fine mi sono fatta coraggio e ho accettato. Aspetto ancora di sentire gli effetti di lungo termine, ma nel breve posso dirvi che il potere apotropaico della bagna cauda vince su tutta la linea.
Quando me l'hanno proposto ho ponderato il mio bisogno di riconnettermi con il primo chakra, ho ripensato a Terzani, alla psicomagia e a quando abitavo dalle suore in Piemonte (il massimo della mia esperienza mistica nell'ambito della tradizione cristiana). Alla fine mi sono fatta coraggio e ho accettato. Aspetto ancora di sentire gli effetti di lungo termine, ma nel breve posso dirvi che il potere apotropaico della bagna cauda vince su tutta la linea.
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martedì 27 gennaio 2015
Il paradosso di gennaio
Immagino il tempo come un preadolescente grassoccio. Vola sospeso sopra le nuvole, sotto il braccio un enorme ingranaggio di orologio. Un Cupido cresciuto, che ha capito che il vero potere non ce l'ha chi comanda il cuore, ma chi gestisce i timesheet. Anche perché, si sa, al cuor non si comanda.
Gennaio è un mese terribile per la maggior parte di noi umani: dobbiamo disfare l'albero di Natale, iniziare la dieta, affrontare il blue Monday e i giorni della merla. Aspettare la fine di gennaio è una gara di nervi che nemmeno le vecchiette alla fermata del trentadue barrato.
Ogni anno è così. Quando sei giovane dai la colpa alle pagelle, agli esami del primo semestre. Poi cresci inizi a pensare che è un mese messo lì come prova del principio di indeterminazione, che Heisenberg doveva avere gli stessi problemi tuoi.
Un po' te lo vedi:
- Albert, che giorno è oggi?
- Martedì 27.
- Sicuro? Io avrei detto pluterdì 56.
Non conosco nessuno che abbia anche solo pensato "No ma a me gennaio non dispiace, tutto sommato è un bel mese: le lastre di ghiaccio sui marciapiedi, le risse per i saldi in Rinascente, mancano solo 184 giorni ad agosto". Ho tre amici che fanno il compleanno a gennaio, eppure lo odiano. A mia cugina la befana ha portato la bambola gonfiabile di Jude Law, ma questo non è bastato a farle amare il primo mese dell'anno.
Tempo, invece, lo deve amare tantissimo questo mese che inizia tardi e non finisce mai. Forse Albert e Werner darebbero una spiegazione logicamente più elegante a questo paradosso, ma io sono convinta che la spiegazione si possa ricondurre semplicemente a un moto di ribellione adolescenziale del cugino grasso di Cupido.
E mentre noi siamo qui che ci consoliamo guardando Venere che splende nel terso cielo del pomeriggio dicendo però, dai, le giornate un po' si sono allungate, Tempo è lì che fuma il muschio del presepio e se la ride, facendo fare uno scatto avanti e due indietro al suo bellissimo ingranaggio d'oro.
Gennaio è un mese terribile per la maggior parte di noi umani: dobbiamo disfare l'albero di Natale, iniziare la dieta, affrontare il blue Monday e i giorni della merla. Aspettare la fine di gennaio è una gara di nervi che nemmeno le vecchiette alla fermata del trentadue barrato.
Ogni anno è così. Quando sei giovane dai la colpa alle pagelle, agli esami del primo semestre. Poi cresci inizi a pensare che è un mese messo lì come prova del principio di indeterminazione, che Heisenberg doveva avere gli stessi problemi tuoi.
Un po' te lo vedi:
- Albert, che giorno è oggi?
- Martedì 27.
- Sicuro? Io avrei detto pluterdì 56.
Non conosco nessuno che abbia anche solo pensato "No ma a me gennaio non dispiace, tutto sommato è un bel mese: le lastre di ghiaccio sui marciapiedi, le risse per i saldi in Rinascente, mancano solo 184 giorni ad agosto". Ho tre amici che fanno il compleanno a gennaio, eppure lo odiano. A mia cugina la befana ha portato la bambola gonfiabile di Jude Law, ma questo non è bastato a farle amare il primo mese dell'anno.
Tempo, invece, lo deve amare tantissimo questo mese che inizia tardi e non finisce mai. Forse Albert e Werner darebbero una spiegazione logicamente più elegante a questo paradosso, ma io sono convinta che la spiegazione si possa ricondurre semplicemente a un moto di ribellione adolescenziale del cugino grasso di Cupido.
E mentre noi siamo qui che ci consoliamo guardando Venere che splende nel terso cielo del pomeriggio dicendo però, dai, le giornate un po' si sono allungate, Tempo è lì che fuma il muschio del presepio e se la ride, facendo fare uno scatto avanti e due indietro al suo bellissimo ingranaggio d'oro.
lunedì 29 dicembre 2014
Sai tenere un segreto?
Ultimamente mi sono trovata a riflettere sui segreti. Non sono un tipo che ha molti segreti. Come diceva Marquez? Vivere per raccontarla. E' uno dei miei difetti: appena la so, quando la vivo, ecco che la racconto. Perciò, mi spiace, ma non sto per rivelarvi chi è il vero padre di Rick Forrester o che cosa ho fatto, veramente, l'altra sera (anche perché, siamo onesti, non ne ho la più pallida idea).
Vorrei parlare, piuttosto, del ruolo che hanno i segreti nel definire la nostra personalità e il nostro modo di interagire con gli altri. Roba tipo yin e yang. Tendiamo a definirci attraverso ciò che è visto, fatto, agito. L'effetto dell'azione sul mondo esterno o, meglio, il fatto che un osservatore sperimenti gli effetti della nostra azione ci rassicura sul fatto che esistiamo, che "siamo", in un certo modo. E così raccontiamo, compriamo un certo tipo di abiti, dichiariamo guerre, acquisiamo società, salviamo i lebbrosi. E pensiamo che questo ci definisca come scrittori, fighi, statisti aggressivi e un po' avventati, manager senza scrupoli, suorine caritatevoli. E va bene: siamo ciò che facciamo. Ma è sufficiente?
Se invece fossimo, ancor di più, ciò che non diciamo, non facciamo, non osiamo? Guardo un passante e provo a indovinare tre cose che "non" è. Non è uno statista aggressivo (mica porterebbe a spasso il cane in pigiama, di lunedì), sicuramente non è una suorina caritatevole o una fashion blogger (vedi parentesi precedente), sono anche certa che non sia mio cugino Giovanni. Se metto insieme cento "non è" posso definire un ritratto molto più preciso del signore con il cane rispetto a tre semplici "è". Un po' scomodo, ammetto, ma vero.
Ecco perché ho deciso di iniziare a dare molta più importanza alla massima espressione di ciò che non si è, fa o dice: i segreti. Piccoli peccati mai confessati, desideri profondi che si spaventano alla sola idea di non essere capiti, eventi che non accettiamo o che sappiamo che nessuno accetterebbe, gioie così forti che dirle proprio no, non si può.
E non me ne voglia Marquez, ma ho deciso che per un po' voglio provare a vederla così: se non racconto una cosa, è perché è sto aspettando che diventi ancora più preziosa. Se non me la dici tu, è perché magari hai solo paura che preziosa, per me, non lo sia affatto. E se non ti chiedo di dirmelo, il tuo segreto, è perché forse sto aspettando di essere abbastanza preziosa per ascoltarlo.
Nel frattempo, vi invito a leggere queste e altre cose su PostSecret.com: si impara molto dai segreti degli altri.
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martedì 9 dicembre 2014
Racconto dell'acqua
Un racconto Amarcord, ottobre 2010
Se sei di ghiaccio, io mi faccio roccia. Diventa neve e sarò sabbia che scivola.
Lo vedi il mare, laggiù? Spuntano bottiglie di birra come uova di tartaruga. Mi piacciono le spiagge in inverno: ho una foto con un pupazzo di neve che dà le spalle alla marea.
Non fanno falò, qua, come a Seaside: non c’è bisogno. Una volta hai fatto il bagno ed era gennaio. Per anni ho pensato fossi folle, ma è solo che non la conoscevamo ancora, la follia. Buttarsi nell’acqua gelata da un picco alto, con il cappotto.
Sul lungo mare c’è un ristorante ancora aperto: la luce al neon pulsa azzurra come la mia palpebra stanca. Sembra l’insegna di un centro massaggi.
Me lo faresti ancora, tra il collo e le spalle? Riuscirei a non diventare ancora più dura, estensione secca della sedia della tua cucina? Riuscirei a non girarmi per darti un bacio?
Dicono ci sia una risposta scritta con l’Uniposca sulla porta della cabina numero 7.
Controlleremo. Io sto passando sotto la mia mola di pietra, mi faccio sabbia. Ci serve quel tempo, quello che scioglie, per portarci al mare. Ma tu fatti neve, verso di me, e io sarò sabbia.
E poi saremo acqua.
lunedì 1 dicembre 2014
Ho fondato una religione
Hai una vita di merda? Hai commesso errori di cui ti sei pentito e che ora hanno segnato in modo indelebile la tua esistenza? Non hai più nessuno per cui valga le pena lottare?
Tutti ti dicono che puoi ancora cambiare la tua vita. Magari è vero. Ma poi sei sicuro che non sarai troppo vecchio e stanco per goderne i benefici?
Se anche tu hai risposto sì a tutte le prime domande e no alle ultime due (ok, prenditi un minuto per tornare indietro a contarle), allora sei pronto per entrare nel Movimento DSG. No, Civati non ha fondato il nuovo partito dei giovani democratici di sinistra. Parliamo del nuovo movimento per la promozione e lo sviluppo del Dignitoso Suicidio Giovanile.
Nella tua nuova vita avrai modo di ripercorrere ogni istante: i tuoi primi passi, la scuola. Potrai scegliere se fare danza o suonare il violino. Deciderai che è meglio non fidanzarsi con quel ragazzo troppo timido, che val la pena rinunciare a un comodo Ektorp bianco in Via Vigevano per un materasso poggiato in terra in una fredda casa di Londra (dove troverai un amore che non ti lascerà mai, o più probabilmente una famiglia di scarafaggi).
Non farai lo stronzo, non sarai tu la stronza. Non lo tratterai male, proprio lui che ti amava tanto. Lo tratterai peggio, magari, e poi benissimo. Avrai la forza di resistere perché sai com’è non averla avuta. Troverai il tempo di leggere e il coraggio di passare un martedì mattina a casa a fare l’amore.
Avrai ben chiaro che un 7 in filosofia vale più di un 9 in chimica, e così studierai di più e lavorerai meglio. Non manderai a quel paese il tuo capo, saprai farti valere a quel colloquio. Chiederai l’aumento. Te lo meriterai. E poi lascerai tutto per una cosa migliore, affronterai la paura di cambiare, ma anche il traffico del mattino. Non dico con un sorriso, ma almeno senza tirare in ballo troppi santi.
Non dirai tutte quelle cazzate, mangerai meglio e porterai tua moglie fuori a cena più spesso. Non perderai tutto quel tempo. Capirai subito quando una cosa è inutile, conoscerai già le risposte e sarai sempre in grado di trovarne di migliori.
Andrai a lavorare all’Onu, sarai il miglior pescatore di telline della storia e non lascerai mai perdere un’occasione per rendere orgoglioso tuo padre o tua figlia, o te stesso. Non avrai nulla di cui vergognarti e se anche solo per errore ce l'avessi, non avrai tempo di farlo. La tua vita sarà una tavolozza di colori pronti a decorare il soffitto della Cappella Sistina. Sei pronto per essere il tuo prossimo capolavoro?
Ecco, se hai risposto sì a quest'ultima domanda, allora non aspettare. Vieni a trovarci nel nostro centro più vicino a casa tua. Come ha detto una volta un burlone: "Nessuno è mai tornato indietro a lamentarsi"
martedì 25 novembre 2014
Indian Summer
Ti ho promesso un'altra lettera, giorni fa: erano i tuoi giorni, quando il primo freddo sembra cedere a un'estate improvvisa. Ci illudiamo così in queste estati di San Martino: slacciamo i primi bottoni della giacca, ci guardiamo sorridere nelle pozzanghere quasi asciutte, coi piedi caldi e le mani che si incrociano nelle tasche a sperare che non passi.
E' stata la stessa cosa per Lui. Era la stagione che andava per la sua strada senza chiedere nulla, governata dalla forza di pianeti lontani. Potevo aspettarmi qualcosa di diverso? Era tutto pronto, le calze pesanti, un maglione caldo, la quieta sicurezza della pelle nascosta sotto strati di affezionate consuetudini, di sacrifici diventati dolci, parole di marmellata a coprire il desiderio.
E' successo tutto in un giorno. Il calendario della città di Milano copriva a metà la faccia del venditore di souvenir: stava ignorando un piccolo uomo asiatico e io aspettavo Lui contando i giorni come un mantra, con il fumo delle caldarroste che mi arrossava gli occhi e i capelli che si appiccicavano tra il collo e la sciarpa.
"Caldo, eh?'" mi ha detto arrivando da dietro, senza salutarmi; portava una maglietta con le maniche corte, il maglione di lana al collo come sciarpa.
"Chi se l'aspettava".
"E' questo il bello" guardandomi come se non si stesse riferendo solo al tempo.
"Sei in ritardo".
"Fatti abbracciare".
Mi sono aggrappata alle sue braccia infilate sotto la mia giacca aperta, inutile, come ci si aggrappa a un raggio di sole ritardatario a metà dell'autunno. Ho iniziato a respirare dal suo petto mentre mi baciava la testa e quando l'aria è finita ce la siamo divisa succhiandola l'uno dalle labbra dell'altra. Come se non avessimo mai fatto altro, come se non esistesse altro modo. Abbiamo dimenticato le stagioni, la sveglia, le code agli sportelli, la folla nella metro. I telefoni hanno smesso di suonare, a un certo punto, ma il sole continuava a sorgere e noi ridevamo, ignorandolo.
E poi lo sai come è andata a finire: mi sono dimenticata di scriverti. Siamo rimasti per giorni senza aprire gli occhi, mangiando uva e speck dalle buste, finché è iniziata la pioggia.
E adesso torno da te, ti saluto dall'ombrello, quasi calma, quasi felice. Ho indossato un piumino per attutire l'impatto con il mondo, non si può lottare in eterno.
Scrivimi presto.
E' stata la stessa cosa per Lui. Era la stagione che andava per la sua strada senza chiedere nulla, governata dalla forza di pianeti lontani. Potevo aspettarmi qualcosa di diverso? Era tutto pronto, le calze pesanti, un maglione caldo, la quieta sicurezza della pelle nascosta sotto strati di affezionate consuetudini, di sacrifici diventati dolci, parole di marmellata a coprire il desiderio.
E' successo tutto in un giorno. Il calendario della città di Milano copriva a metà la faccia del venditore di souvenir: stava ignorando un piccolo uomo asiatico e io aspettavo Lui contando i giorni come un mantra, con il fumo delle caldarroste che mi arrossava gli occhi e i capelli che si appiccicavano tra il collo e la sciarpa.
"Caldo, eh?'" mi ha detto arrivando da dietro, senza salutarmi; portava una maglietta con le maniche corte, il maglione di lana al collo come sciarpa.
"Chi se l'aspettava".
"E' questo il bello" guardandomi come se non si stesse riferendo solo al tempo.
"Sei in ritardo".
"Fatti abbracciare".
Mi sono aggrappata alle sue braccia infilate sotto la mia giacca aperta, inutile, come ci si aggrappa a un raggio di sole ritardatario a metà dell'autunno. Ho iniziato a respirare dal suo petto mentre mi baciava la testa e quando l'aria è finita ce la siamo divisa succhiandola l'uno dalle labbra dell'altra. Come se non avessimo mai fatto altro, come se non esistesse altro modo. Abbiamo dimenticato le stagioni, la sveglia, le code agli sportelli, la folla nella metro. I telefoni hanno smesso di suonare, a un certo punto, ma il sole continuava a sorgere e noi ridevamo, ignorandolo.
E poi lo sai come è andata a finire: mi sono dimenticata di scriverti. Siamo rimasti per giorni senza aprire gli occhi, mangiando uva e speck dalle buste, finché è iniziata la pioggia.
E adesso torno da te, ti saluto dall'ombrello, quasi calma, quasi felice. Ho indossato un piumino per attutire l'impatto con il mondo, non si può lottare in eterno.
Scrivimi presto.
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lunedì 3 novembre 2014
Personalità luce
"Non guardare te stessa con i loro occhi, o avranno vinto loro. Perché siamo ciò che vediamo".
Non è una citazione precisa (Jennifer Egan - Guardami). Sto leggendo questo libro e ho appena visto una di quelle immagini con scritta su Facebook e bum! mi è venuta voglia di scrivere di identità.
La frase su Facebook diceva che le persone non cambiano, è solo che a un certo punto calano la maschera.
Nel libro, un grande romanzo sull'identità, la protagonista parla spesso della personalità ombra dei personaggi che incontra. La personalità ombra ha sempre qualcosa di inquietante: è quella parte di noi che nascondiamo nelle comuni interazioni sociali, o nelle relazioni. Il nostro vero io? No. Non è l'essenza che nascondiamo agli altri, è solo una parte di noi, fortemente nostra, che però non mostriamo. Come la fodera di un cappotto. Il rovescio di un giubbotto double face che portiamo sempre in un verso solo. Ma ogni tanto arriva una folata di vento e il cappotto si apre mostrando la fodera di seta grigio scura, l'etichetta nascosta, la fantasia a quadretti che non ci piace tanto o che vogliamo tenere lì, nascosta e pulita, per farla vedere in occasioni migliori.
Nel romanzo Charlotte, la protagonista, si esercita a riconoscere questa personalità ombra negli sguardi, nei dettagli di una cicatrice o un tatuaggio, nel modo di camminare. Riconosce, e anticipa, nella camminata goffa di un ex bambino obeso i tratti di caparbio cinismo di un personaggio animato da freddo bisogno di affermazione e rivalsa. Vede lo sguardo di un assassino e chissà se questo poi, davvero, le farà del male.
Ora mi chiedo. Deve sempre essere brutta, negativa, antisociale la nostra personalità ombra? E' vero che la nascondiamo per essere sani individui in società. E se non fosse sempre e solo così? Se la parte di noi che nascondiamo dal macellaio, ai colloqui di lavoro o mentre giochiamo con i nostri figli fosse invece la nostra personalità luce?
Se Charlotte si esercita a trovare la fodera scucita, io voglio esercitarmi a trovare il prezioso ricamo in seta. Voglio trovare l'amore che non si sa affrontare, il talento che ci si vergogna a raccontare, la forza che si lascia lì a riposare perché è più facile così.
Si ha troppa paura del bene.
![]() |
| Grazie a Wasted Rita - una grande giovane artista. |
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mercoledì 29 ottobre 2014
Hai presente un tesoro?
- Hai presente un tesoro?
- Certo. Monete, pietre preziose, gioielli.
- Ecco, è come se tu girassi per l'Isola del Tesoro con un sacco di monete d'oro in mano e improvvisamente ti imbattessi in un baule pieno di meravigliose ricchezze.
- Figo.
- Certo. Solo che tu invece di chinarti a raccogliere il tesoro giri i tacchi e te ne vai.
- Sono un coglione.
- No, ci sta. Magari il baule pesa troppo. E' che nel girare i tacchi lasci cadere anche il sacco di monete.
- Ecco, così sono un coglione.
- Sì. Ma sai cosa è peggio?
- C'è di peggio?
- Sì.
- Tipo che faccio la cacca sui dobloni prima di andarmene?
- Qualcosa del genere. Qualcosa del genere.
martedì 28 ottobre 2014
All you need is love, o come trarre inaspettati insegnamenti dalle perdite in casa
Ho già scritto, tempo fa, di come ci siano poche giornate davvero significative in una vita. Due? Sette? Allora ci dobbiamo accontentare dei momenti significativi: quelli in cui una verità ci si svela sotto forma di piccoli eventi quotidiani che solo apparentemente sono uguali a tanti altri.
Questa mattina ho avuto in dono uno di questi momenti.
In questo periodo sto ospitando una giovane donna. Quando mi sono svegliata, come al solito, la prima cosa che ho fatto è stata andare in cucina a preparare il caffè. Avvicinandomi al lavandino, ho notato che la cucina era allagata. L'ospite, tra le mie imprecazioni e gli scongiuri su una possibile perdita della caldaia, mi dice che, certo, se ne era accorta: anche lei, poverina, si era inzuppata il calzino prendendo la tazza per il suo latte e cereali. Eppure non ha asciugato l'acqua e non mi ha detto, vedendomi apparire come uno zombie dalla porta della mia camera: Attenzione c'è un Vajont nel lavello della tua cucina.
La mia irritazione è stata minima. Da una parte perché comprendo la fatica, data la giovane età, di vedere il mondo come un luogo noioso, governato dalla legge causa-effetto e dal principio giuridico di responsabilità penale personale piuttosto che come un favoloso mondo magico dove i calzini passano in autonomia dal pavimento della camera alla lavatrice fino a tornare, accompagnati dal profumo di Lenor, nel cassetto. Dall'altra perché le voglio così bene che non mi sarei arrabbiata nemmeno se avesse organizzato uno schiuma party nel mio soggiorno. Anzi.
Questo piccolo evento è stato significativo in due sensi.
Il primo è che ho capito che questa persona, nella mia vita, ha un importante ruolo, quello di allenarmi alla gestione, o quanto meno alla tolleranza, di un uomo in casa. Perché una tardoadolescente ancora semiaddormentata, ho capito oggi, è esattamente come un uomo. Solo che lei impara.
Ringraziatela, quindi, uomini. Se fra sei mesi la mia casa sarà un tempio di amore e tolleranza, sarà prevalentemente grazie a lei. Io sarò solo la vestale che si occuperà di essere felice lì dentro, sforzandomi di rompervi le palle il meno possibile mentre evito il presentarsi di gravi incidenti domestici.
Il secondo è un po' più filosofico.
Il Vajont nel lavandino smette di esistere se io lo ignoro? Nello studio della relazione ontologica tra oggetto e soggetto, credo che i filosofi, nei secoli, abbiano sottovalutato la questione delle perdite d'acqua dalle caldaie. Nella vita personale e in società, un oggetto non smette di esistere solo perché lo ignoriamo. Possiamo fingere di non vedere il nostro vicino di casa antipatico, ignorare le notizie sulla Siria o non scendere in piazza in favore dei matrimoni gay e continuare comunque a sentirci dei cittadini decenti. Ma ci comporteremmo ancora così se incontrassimo il vicino mentre sta avendo un infarto, o se il nostro migliore amico fosse gay o fossimo innamorati di una donna di Aleppo?
Insomma, il soggettivismo funziona finché si tratta di una relazione individuale, semplice, tra oggetto e soggetto. Ma il mondo è una rete di relazioni complesse e se abbiamo tutta la libertà di ignorare il nostro bene, nessuno ci autorizza a ignorare il bene altrui.
E qui arriva l'amore. Perché solo l'amore ci apre gli occhi sugli altri: se vuoi essere una buona persona, in fin dei conti, devi amare. E se ami, il Vajont non lo ignori, perché amare è anche, almeno un po', una questione di responsabilità.
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| Fonte: This isn't happiness |
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Giorni speciali
Oggi ho pensato di scrivere un post che mi ha ricordato questo, del diciassette dicembre 2009.
Ne sono passati, di giorni speciali, sotto i ponti.
Ne sono passati, di giorni speciali, sotto i ponti.
Ci sono davvero pochi giorni veramente importanti nella vita di una persona. Tre, cinque? Sette al massimo. Lo sappiamo. Ma allora cosa ci spinge, ogni giorno, a cercare un indizio, un lampo, l'incontro con una novità o il gioco a rimpiattino con una sorpresa?
E' che ogni giorno può essere buono, è che non sempre ce ne accorgiamo.
A volte i giorni diventano importanti postumi, a volte in contumacia.
Oggi forse è uno di quei giorni. Diciassette Dicembre.
Suona anche bene.
martedì 14 ottobre 2014
A volte è il caso.
A volte è il caso. A volte è la pazienza.
Una volta mi sono innamorata di un uomo che scendeva da un taxi: non parlava la mia lingua, ma portava un bellissimo cappotto blu. Aspettavo un'amica fuori da un bar, si congelava, ma non volevo entrare perché c'era un altro bar di fianco e non ricordavo bene in quale, dei due, avessimo alla fine deciso di incontrarci. Lui era in ritardo per un appuntamento perché gli si era rovesciata una bottiglia di profumo nella valigetta. L'aveva comprata per la moglie che stava per lasciare.
Si perde molto prima l'amore dell'abitudine.
Un'altra volta erano dieci anni. Conoscevo ogni centimetro delle sue paranoie, anche se non avevo mai sbirciato nel suo armadio e non aveva trucchi da prestarmi. Parlavamo di filosofia e amore e ricette per il welfare. Non mi piaceva, non mi piaceva per niente. Un giorno eravamo in un negozio: si metteva maglioni orrendi e non potevo permettere che uscisse, conciato così, con la più bella del corso. Ma con la più bella, si scoprì più tardi, non ci doveva proprio uscire e il suo maglione peggiore era caldissimo e il suo caffè a letto, il giorno dopo, il più dolce che avessi mai assaggiato.
Un'abitudine, quando la perdi, lascia uno spazio che non potevi immaginare.
Ecco, non so perché mi tornano in mente queste storie. Però è qualche giorno che penso che va bene il caso, ma a volte una cosa, se non è il caso che la porta, magari è la pazienza che la sta preparando.
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martedì 7 ottobre 2014
Due più due
Le aveva fatto tornare la voglia di studiare matematica. Con quel suo modo di scompigliarle i capelli era riuscito a scompigliarle anche i pensieri. Non prendeva in mano un libro di matematica da tanti anni che, ormai, non sapeva più nemmeno come fare a contarli.
Non è vero che certe cose non si dimenticano. Va bene la bicicletta, ma le disequazioni? Ah, come aveva amato le disequazioni. Solo per il fatto che fossero "dis". Distratte, disperate, distinte, distanti: non aveva mai provato una simile affinità con qualcosa che non fosse ricoperto di riccioli neri.
Questo non significa che poi non le avesse dimenticate. A un certo punto, tra l'esame di sociologia e l'ultima lacrima per un ricciolo nero, aveva deciso che sarebbe stato molto più utile rimpiazzarle con la voce inglese per "valvole pneumatiche a doppia sfera metallica" o l'arabo per "vaglio vibrante deglassato".
Aveva dimenticato anche come si ama. Non la tecnica in sé: nelle sue lunghe trasferte - a Bruxelles o a Doha non faceva differenza - l'allenamento non si era fatto mancare. Eppure si era sentita come al primo giorno di scuola quando lui le aveva parlato dell'amore. La prima volta era stato come un gioco con un abbecedario. Poi si era fatto tutto più difficile e le parole si sovrapponevano in pensieri così complessi che diventavano una musica, una sberla.
Un giorno un suo amico le aveva detto "Se hai un problema, Teresa, moltiplicalo". Lei non aveva mai capito il significato di questa frase fino in fondo, ma siccome le piaceva complicarsi la vita, aveva seguito il consiglio con una fede cieca, certa che prima o poi il senso si sarebbe svelato come un fiore che sboccia in autunno.
Così aveva deciso di rimettersi a studiare la matematica. Perché certe cose non si possono spiegare con le parole, ma nessuno aveva ancora dimostrato che non valesse la pena provarci con un integrale doppio.
Non è vero che certe cose non si dimenticano. Va bene la bicicletta, ma le disequazioni? Ah, come aveva amato le disequazioni. Solo per il fatto che fossero "dis". Distratte, disperate, distinte, distanti: non aveva mai provato una simile affinità con qualcosa che non fosse ricoperto di riccioli neri.
Questo non significa che poi non le avesse dimenticate. A un certo punto, tra l'esame di sociologia e l'ultima lacrima per un ricciolo nero, aveva deciso che sarebbe stato molto più utile rimpiazzarle con la voce inglese per "valvole pneumatiche a doppia sfera metallica" o l'arabo per "vaglio vibrante deglassato".
Aveva dimenticato anche come si ama. Non la tecnica in sé: nelle sue lunghe trasferte - a Bruxelles o a Doha non faceva differenza - l'allenamento non si era fatto mancare. Eppure si era sentita come al primo giorno di scuola quando lui le aveva parlato dell'amore. La prima volta era stato come un gioco con un abbecedario. Poi si era fatto tutto più difficile e le parole si sovrapponevano in pensieri così complessi che diventavano una musica, una sberla.
Un giorno un suo amico le aveva detto "Se hai un problema, Teresa, moltiplicalo". Lei non aveva mai capito il significato di questa frase fino in fondo, ma siccome le piaceva complicarsi la vita, aveva seguito il consiglio con una fede cieca, certa che prima o poi il senso si sarebbe svelato come un fiore che sboccia in autunno.
Così aveva deciso di rimettersi a studiare la matematica. Perché certe cose non si possono spiegare con le parole, ma nessuno aveva ancora dimostrato che non valesse la pena provarci con un integrale doppio.
domenica 5 ottobre 2014
Doppio sogno
Ti sogno quasi tutte le notti, come uno spettro, un residuo: quel piatto mangiato di corsa appena prima di dormire che sai anche tu che non dovresti, che sai già ti farà male. Mi appari quasi sempre sotto forme non volute, troppo vicine a quel che sei, o così lontane che quando mi sveglio mi illudo che mi stia passando.
L'altra notte ho sognato un treno, un'alba che si accendeva veloce come le luci di un club in periferia. Nelle mie scorribande notturne avevo perso una borsa e la città si muoveva come sul tapis roulant di un aeroporto. Ti cercavo. Non era la borsa, non era il treno che, comunque, avrei perso. Non era l'uomo che avevo baciato forte, sul divano e sotto le coperte, o i polsi stretti fino a fare male, un grido che cazzo, stai attenta che ti possono sentire. Ti cercavo come il risveglio, le unghie strette nei pugni: solleva una palpebra adesso, non la senti la pancia che brucia, non la senti la sete?
Quando ho aperto gli occhi la stanza era invasa di cuscini. Suonava una bossanova come in filodiffusione e dalla porta aperta del bagno l'ombra di un uomo si guardava allo specchio. Qualcuno avrebbe giurato fossi tu.
L'altra notte ho sognato un treno, un'alba che si accendeva veloce come le luci di un club in periferia. Nelle mie scorribande notturne avevo perso una borsa e la città si muoveva come sul tapis roulant di un aeroporto. Ti cercavo. Non era la borsa, non era il treno che, comunque, avrei perso. Non era l'uomo che avevo baciato forte, sul divano e sotto le coperte, o i polsi stretti fino a fare male, un grido che cazzo, stai attenta che ti possono sentire. Ti cercavo come il risveglio, le unghie strette nei pugni: solleva una palpebra adesso, non la senti la pancia che brucia, non la senti la sete?
Quando ho aperto gli occhi la stanza era invasa di cuscini. Suonava una bossanova come in filodiffusione e dalla porta aperta del bagno l'ombra di un uomo si guardava allo specchio. Qualcuno avrebbe giurato fossi tu.
venerdì 26 settembre 2014
Scegliere le scarpe
Martina aveva delle scarpe brutte.
Guardava le scarpe brutte di Martina e pensava che non importasse poi così tanto portare delle belle scarpe. Sua madre aveva tante scarpe che ci aveva riempito una stanza. Martina le aveva detto che anche una moglie di un dittatore sudamericano aveva una stanza piena di scarpe.
Non si ricordava il nome quando l'aveva detto a sua madre, ma lei si stava infilando un orecchino di perla, l'ultimo gesto prima di uscire, prima del Bloody Mary con cui si dava la forza per sopportare le serate, e non aveva notato l'incompletezza del ricordo. A sua madre non piaceva che vedesse Martina.
Sua madre aveva delle scarpe sempre molto curate, come se avesse trovato il modo di camminare a dieci centimetri da terra per non rovinarle. Martina, invece, aveva delle scarpe brutte.
E lei, in questo mondo, ancora non sapeva quali scarpe scegliere.
Guardava le scarpe brutte di Martina e pensava che non importasse poi così tanto portare delle belle scarpe. Sua madre aveva tante scarpe che ci aveva riempito una stanza. Martina le aveva detto che anche una moglie di un dittatore sudamericano aveva una stanza piena di scarpe.
Non si ricordava il nome quando l'aveva detto a sua madre, ma lei si stava infilando un orecchino di perla, l'ultimo gesto prima di uscire, prima del Bloody Mary con cui si dava la forza per sopportare le serate, e non aveva notato l'incompletezza del ricordo. A sua madre non piaceva che vedesse Martina.
Sua madre aveva delle scarpe sempre molto curate, come se avesse trovato il modo di camminare a dieci centimetri da terra per non rovinarle. Martina, invece, aveva delle scarpe brutte.
E lei, in questo mondo, ancora non sapeva quali scarpe scegliere.
giovedì 5 giugno 2014
Belle Scritte
Nell'uso dei social network si sta diffondendo un'abitudine perniciosa. Se rabbrividite di fronte ai test sulla città in cui dovreste vivere o il personaggio Disney che dovreste essere se vivessimo tutti in un castello nei sobborghi di Paperopoli, allora mettetevi una maglia pesante. Sto parlando della moda delle citazioni ispirate. Consigli che manco mia nonna che non può più dare il cattivo esempio, lampi di genio che nemmeno la pagina Facebook di Violetta.
Di solito ritraggono frutteti in fiore o bambini nudi che limonano cuccioli di cane e riportano, sovraimpressi, dei motti di spirito dall'alto valore motivazionale, spesso scritti in Comic Sans o in un carattere che ve lo farà rimpiangere, il Comic Sans. Non che abbia mai verificato le fonti, ma normalmente sono attribuite a un filosofo dal nome francese, a un dalai lama a scelta, o a mio cugino di Abbiategrasso.
Oggi ne ho trovata una che mi ha colpito particolarmente. Ve la faccio breve (e in Helvetia). Dice: "se una persona ti vuole, ti cerca; se le manchi, almeno un what's up te lo manda".
Niente da eccepire, per carità. Però noto un inquietante vizio logico.
Diciamo che io voglio vedere se Tizio mi cerca, quindi non solo non lo chiamo, ma non gli faccio nemmeno un like sulla foto del suo ultimo scatto #nofilter #solocosebelle. Ne ho tutti i diritti, per carità: vediamo che fa Tizio. Magari mi manda dei fiori in ufficio.
Magari.
Ma magari Tizio ha letto la stessa massima sopra il cielo del crepuscolo di un'isola polinesiana e quindi pensa: "Oh, vediamo un po' sta Olivia se mi pensa. Col cavolo che le faccio like sul selfie in costume da bagno e la spalla panata nella sabbia del Salento".
Così passano i giorni, io mi lamento con le amiche e Tizio si strugge giocando a Pes.
Ma la voglia di vivere prima o poi torna, perché in fondo ci siamo visti solo due volte e, sì, un po' ci manchiamo, ma non abbastanza per andare contro i dettami del Dalai Lama: siamo persone con dei principi, noi. (Era anche per questo che mi piaceva tanto, sigh). Così, quando le pulsazioni e la fame nervosa si calmano e il tasso di verifica delle notifiche sull'iPhone torna nella norma, un giovedì sera qualunque, ci incontriamo al Cape Town. Perché il destino è cieco, ma alla fine a Milano sono sempre quei quattro locali che vanno.
"Guarda Sabri, c'è quello che non si è più fatto sentire. Che vergogna. Per fortuna non ci sono stata, pensa come starei male adesso!".
"Oh, girati, quella è la stronza che non c'è stata. E poi manco un messaggio per ringraziarmi del sushi. Sessantotto euro buttati nel cesso". La serata passa e nemmeno ci salutiamo: io sono troppo impegnata a fingere di flirtare con un designer di ventidue anni, mentre lui nemmeno finge di provarci con la biondina seduta sul marciapiede.
E a nessuno dei due viene da chiedersi come sarebbe andata se solo il Dalai Lama, o mio cugino di Abbiategrasso, si fosse fatto i cazzi suoi.
Di solito ritraggono frutteti in fiore o bambini nudi che limonano cuccioli di cane e riportano, sovraimpressi, dei motti di spirito dall'alto valore motivazionale, spesso scritti in Comic Sans o in un carattere che ve lo farà rimpiangere, il Comic Sans. Non che abbia mai verificato le fonti, ma normalmente sono attribuite a un filosofo dal nome francese, a un dalai lama a scelta, o a mio cugino di Abbiategrasso.
Oggi ne ho trovata una che mi ha colpito particolarmente. Ve la faccio breve (e in Helvetia). Dice: "se una persona ti vuole, ti cerca; se le manchi, almeno un what's up te lo manda".
Niente da eccepire, per carità. Però noto un inquietante vizio logico.
Diciamo che io voglio vedere se Tizio mi cerca, quindi non solo non lo chiamo, ma non gli faccio nemmeno un like sulla foto del suo ultimo scatto #nofilter #solocosebelle. Ne ho tutti i diritti, per carità: vediamo che fa Tizio. Magari mi manda dei fiori in ufficio.
Magari.
Ma magari Tizio ha letto la stessa massima sopra il cielo del crepuscolo di un'isola polinesiana e quindi pensa: "Oh, vediamo un po' sta Olivia se mi pensa. Col cavolo che le faccio like sul selfie in costume da bagno e la spalla panata nella sabbia del Salento".
Così passano i giorni, io mi lamento con le amiche e Tizio si strugge giocando a Pes.
Ma la voglia di vivere prima o poi torna, perché in fondo ci siamo visti solo due volte e, sì, un po' ci manchiamo, ma non abbastanza per andare contro i dettami del Dalai Lama: siamo persone con dei principi, noi. (Era anche per questo che mi piaceva tanto, sigh). Così, quando le pulsazioni e la fame nervosa si calmano e il tasso di verifica delle notifiche sull'iPhone torna nella norma, un giovedì sera qualunque, ci incontriamo al Cape Town. Perché il destino è cieco, ma alla fine a Milano sono sempre quei quattro locali che vanno.
"Guarda Sabri, c'è quello che non si è più fatto sentire. Che vergogna. Per fortuna non ci sono stata, pensa come starei male adesso!".
"Oh, girati, quella è la stronza che non c'è stata. E poi manco un messaggio per ringraziarmi del sushi. Sessantotto euro buttati nel cesso". La serata passa e nemmeno ci salutiamo: io sono troppo impegnata a fingere di flirtare con un designer di ventidue anni, mentre lui nemmeno finge di provarci con la biondina seduta sul marciapiede.
E a nessuno dei due viene da chiedersi come sarebbe andata se solo il Dalai Lama, o mio cugino di Abbiategrasso, si fosse fatto i cazzi suoi.
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| Foto Credit: Belle Scritte |
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giovedì 8 maggio 2014
Something stupid like I love you
Era la fine di novembre del 2008 e facevo un elenco dei ti amo. Ora potrei allungarlo all'infinito, ma non è questa la regola. Però posso promettere di tornarci su. Presto.
C'è quello da bambini, sui biglietti colorati o confessato alla mamma con grugno serio da persona grande. Quelli sui diari e quelli urlati, e tutti gli altri solo pensati. Quelli chiusi in un pianto e quelli che fanno commuovere perché non ci avresti più sperato. Quelli di fronte a un tramonto, quelli che sono solo gioia. Quelli consueti come un ciao, ma belli lo stesso perché sai che sotto sono veri e intensi. Quelli scritti su un muro per riconquistare, quelli per tradire, per raggiungere scopi, quelli gratuiti o regalati. Quelli che sai che non torneranno più e quelli che sai che non sono mai arrivati.
Io ricordo quello di un momento, quando lo sentivo premere forte nella testa e nel petto, senza uscire.
Perché il più grande nemico di tutti i ti amo del mondo è la paura.
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martedì 29 aprile 2014
Il profumo dello sporco
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| “In the spring, at the end of the day, you should smell like dirt.” — Margaret Atwood |
- Sto facendo le pulizie di primavera.
- E' per questo che non mi parli?
- No, quello è a capodanno. Si buttano le cose vecchie. In primavera non si butta, si toglie lo sporco, e si vede quel che resta.
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