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lunedì 3 novembre 2014

Personalità luce

"Non guardare te stessa con i loro occhi, o avranno vinto loro. Perché siamo ciò che vediamo".
Non è una citazione precisa (Jennifer Egan - Guardami). Sto leggendo questo libro e ho appena visto una di quelle immagini con scritta su Facebook e bum! mi è venuta voglia di scrivere di identità.

La frase su Facebook diceva che le persone non cambiano, è solo che a un certo punto calano la maschera.
Nel libro, un grande romanzo sull'identità, la protagonista parla spesso della personalità ombra dei personaggi che incontra. La personalità ombra ha sempre qualcosa di inquietante: è quella parte di noi che nascondiamo nelle comuni interazioni sociali, o nelle relazioni. Il nostro vero io? No. Non è l'essenza che nascondiamo agli altri, è solo una parte di noi, fortemente nostra, che però non mostriamo. Come la fodera di un cappotto. Il rovescio di un giubbotto double face che portiamo sempre in un verso solo. Ma ogni tanto arriva una folata di vento e il cappotto si apre mostrando la fodera di seta grigio scura, l'etichetta nascosta, la fantasia a quadretti che non ci piace tanto o che vogliamo tenere lì, nascosta e pulita, per farla vedere in occasioni migliori.

Nel romanzo Charlotte, la protagonista, si esercita a riconoscere questa personalità ombra negli sguardi, nei dettagli di una cicatrice o un tatuaggio, nel modo di camminare. Riconosce, e anticipa, nella camminata goffa di un ex bambino obeso i tratti di caparbio cinismo di un personaggio animato da freddo bisogno di affermazione e rivalsa. Vede lo sguardo di un assassino e chissà se questo poi, davvero, le farà del male.
Ora mi chiedo. Deve sempre essere brutta, negativa, antisociale la nostra personalità ombra? E' vero che la nascondiamo per essere sani individui in società. E se non fosse sempre e solo così? Se la parte di noi che nascondiamo dal macellaio, ai colloqui di lavoro o mentre giochiamo con i nostri figli fosse invece la nostra personalità luce

Se Charlotte si esercita a trovare la fodera scucita, io voglio esercitarmi a trovare il prezioso ricamo in seta. Voglio trovare l'amore che non si sa affrontare, il talento che ci si vergogna a raccontare, la forza che si lascia lì a riposare perché è più facile così.
Si ha troppa paura del bene. 

Grazie a Wasted Rita - una grande giovane artista.


martedì 28 ottobre 2014

All you need is love, o come trarre inaspettati insegnamenti dalle perdite in casa


Ho già scritto, tempo fa, di come ci siano poche giornate davvero significative in una vita. Due? Sette? Allora ci dobbiamo accontentare dei momenti significativi: quelli in cui una verità ci si svela sotto forma di piccoli eventi quotidiani che solo apparentemente sono uguali a tanti altri.

Questa mattina ho avuto in dono uno di questi momenti.

In questo periodo sto ospitando una giovane donna. Quando mi sono svegliata, come al solito, la prima cosa che ho fatto è stata andare in cucina a preparare il caffè. Avvicinandomi al lavandino, ho notato che la cucina era allagata. L'ospite, tra le mie imprecazioni e gli scongiuri su una possibile perdita della caldaia, mi dice che, certo, se ne era accorta: anche lei, poverina, si era inzuppata il calzino prendendo la tazza per il suo latte e cereali. Eppure non ha asciugato l'acqua e non mi ha detto, vedendomi apparire come uno zombie dalla porta della mia camera: Attenzione c'è un Vajont nel lavello della tua cucina.

La mia irritazione è stata minima. Da una parte perché comprendo la fatica, data la giovane età, di vedere il mondo come un luogo noioso, governato dalla legge causa-effetto e dal principio giuridico di responsabilità penale personale piuttosto che come un favoloso mondo magico dove i calzini passano in autonomia dal pavimento della camera alla lavatrice fino a tornare, accompagnati dal profumo di Lenor, nel cassetto. Dall'altra perché le voglio così bene che non mi sarei arrabbiata nemmeno se avesse organizzato uno schiuma party nel mio soggiorno. Anzi.

Questo piccolo evento è stato significativo in due sensi.
Il primo è che ho capito che questa persona, nella mia vita, ha un importante ruolo, quello di allenarmi alla gestione, o quanto meno alla tolleranza, di un uomo in casa. Perché una tardoadolescente ancora semiaddormentata, ho capito oggi, è esattamente come un uomo. Solo che lei impara.
Ringraziatela, quindi, uomini. Se fra sei mesi la mia casa sarà un tempio di amore e tolleranza, sarà prevalentemente grazie a lei. Io sarò solo la vestale che si occuperà di essere felice lì dentro, sforzandomi di rompervi le palle il meno possibile mentre evito il presentarsi di gravi incidenti domestici.

Il secondo è un po' più filosofico.
Il Vajont nel lavandino smette di esistere se io lo ignoro? Nello studio della relazione ontologica tra oggetto e soggetto, credo che i filosofi, nei secoli, abbiano sottovalutato la questione delle perdite d'acqua dalle caldaie. Nella vita personale e in società, un oggetto non smette di esistere solo perché lo ignoriamo. Possiamo fingere di non vedere il nostro vicino di casa antipatico, ignorare le notizie sulla Siria o non scendere in piazza in favore dei matrimoni gay e continuare comunque a sentirci dei cittadini decenti. Ma ci comporteremmo ancora così se incontrassimo il vicino mentre sta avendo un infarto, o se il nostro migliore amico fosse gay o fossimo innamorati di una donna di Aleppo?
Insomma, il soggettivismo funziona finché si tratta di una relazione individuale, semplice, tra oggetto e soggetto. Ma il mondo è una rete di relazioni complesse e se abbiamo tutta la libertà di ignorare il nostro bene, nessuno ci autorizza a ignorare il bene altrui.
E qui arriva l'amore. Perché solo l'amore ci apre gli occhi sugli altri: se vuoi essere una buona persona, in fin dei conti, devi amare. E se ami, il Vajont non lo ignori, perché amare è anche, almeno un po', una questione di responsabilità.

Fonte: This isn't happiness






Giorni speciali

Oggi ho pensato di scrivere un post che mi ha ricordato questo, del diciassette dicembre 2009.
Ne sono passati, di giorni speciali, sotto i ponti.

Ci sono davvero pochi giorni veramente importanti nella vita di una persona. Tre, cinque? Sette al massimo. Lo sappiamo. Ma allora cosa ci spinge, ogni giorno, a cercare un indizio, un lampo, l'incontro con una novità o il gioco a rimpiattino con una sorpresa?

E' che ogni giorno può essere buono, è che non sempre ce ne accorgiamo.
A volte i giorni diventano importanti postumi, a volte in contumacia.

Oggi forse è uno di quei giorni. Diciassette Dicembre.
Suona anche bene.


venerdì 28 marzo 2014

Il negligé blu

Mia madre si preoccupa di come mi vesto quando faccio yoga. Ha visto alcune foto sulla pagina Facebook della scuola e ritiene che io mi agghindi in modo poco elegante per le circostanze. Certamente non tiene in considerazione alcuni elementi.
Per la maggior parte del tempo, ad esempio, lo yoga si fa a occhi chiusi. E quando li devi aprire, stai sicura che convergono comunque, sempre, tutti, sulle contorsioni delle perfette forme dell’insegnante ex modella. Sembrerà incredibile, ma è così.
“Vabbe', ma prima e dopo?” Certo. Ci sono quei trenta secondi in cui ci si precipita allo spogliatoio con il solo pensiero di arrivare a casa, a letto, prima che l'effetto del rilassamento finale sia passato del tutto. Quanto dura un giro sul red carpet?
Allora continuo. Non ti preoccupare, i miei compagni di lezione vestono prevalentemente di roba di canapa o di cotone organico cucito da gruppi di donne emancipate grazie a un progetto di microcredito gestito dall'Associazione dei cugini degli ex hippy caritatevoli del Guatemala. In alcuni felici casi, indossano le polo da centoventi mila lire che mettevano per andare a fare squash nei campi della GetFit, quando essere yuppie era ancora una cosa cool. Poi si può scegliere tra maglie di band neo punk, canotte della salute, pezzi sparsi di pigiama ingialliti e un paio di completi Dimensione Danza indossati da ragazze le cui madri si preoccupano di come si vestono quando vanno a yoga.
La varietà è ampia e la verità è una: nessuno si preoccupa del look, lo yoga - ripeto alla mamma - è un  ambiente look free.
“E se per caso c’è uno che ti piace?”.


Immaginate il potere seduttivo di un downward dog in negligé blu

lunedì 24 febbraio 2014

Stringere i nodi

Ultimamente ho riflettuto sui nodi.
Non sopporto sciogliere i nodi dei fili degli elettrodomestici, ma sopporto ancora meno prendermi cura dei fili, tipo arrotolarli attorno all'asciugacapelli una volta che ho finito di farmi la messinpiega.
Come risolvo il problema? Moltiplicandolo.
Quindi quando il filo non arriva perché è annodato, io tiro forte-sempre-più forte. Il nodo si stringe, la parte libera di filo si allunga e l'obiettivo è raggiunto.



Ed è così anche nella vita. A volte per avere più filo si deve stringere il nodo ancora più forte. A volte l'unica strada per arrivare alla soluzione passa dal peggioramento del problema stesso. Quel che conta è arrivare a spolverare l'ultimo angolo della camera da letto, non prendersi un accidenti uscendo di casa con i capelli ancora bagnati.

Detto questo, ieri mi sono decisa a sciogliere tutti i nodi del filo del Folletto, stamattina quelli del phon.

martedì 18 febbraio 2014

Pastorale Americana

Ho dovuto controllare su Wikipedia, voce I dieci Comandamenti: Non commettere falsa testimonianza (contro il prossimo tuo).

Non è un peccato. Che cosa saremmo se dovessimo sempre essere noi stessi?

L’altro giorno ero su un treno. I treni sono una magia; lenta, ma sempre una magia: puoi essere una spia russa, su un treno, puoi essere salito per caso e senza biglietto, un’avventuriera in viaggio verso nord, una suora laica, una mamma triste, la pendolare stanca.

L’altro giorno non avevo tanta voglia: non avevo voglia di viaggiare, ma nemmeno di stare a casa, non avevo voglia di essere nessuno, tanto meno me stessa. Così sono salita su un treno.
Ascoltavo musica sensuale e leggevo Philip Roth. Lui mi guardava, aveva degli appunti di una cosa che sembrava una macchina idraulica, o il ritratto della madre di Kandinsky. L’ho assecondato, ho silenziato la musica e gli ho parlato di me.
Sì,  sono una studentessa di teologia, torno in visita dai miei genitori. Mi piace, non è troppo dura. Scendo alla prossima, ha recuperato un po’ di ritardo. Doveva essere peggio, un tempo, con quei mattoni da studiare. Ingegneria, gli anni ’70. La didattica è migliorata, forse. Torno a Milano domani. Toccata e fuga, un’amica che compie gli anni. Compagne di liceo. È passata una vita? Ne dimostra meno. È ora che mi prepari. Grazie per gli auguri, mi darò da fare. Promesso. Ah sì, è mio, grazie, che sbadata. Un ebreo sporcaccione, Esegesi della Sessuologia Biblica.
Principe, Stazione di Genova Piazza Principe.

venerdì 10 gennaio 2014

Il mistero di sleepy Olly

Lo so, lo so. È che sono stata molto impegnata. Ho lavorato, ho fatto liste mentali di buoni propositi, ma soprattutto ho mangiato. Non sottovalutate mai l’impegno richiesto da un buono stile alimentare: mi ha tolto tutta l’ispirazione. Non potete immaginare quante risorse creative consumi dover immaginare che le carote crude siano spaghetti ai frutti di mare, o la pasta in bianco con cavolo bollito sia un piatto orecchiette alle cime di rapa, o che il minestrone con un po’ di curry siano dei ramen da fare piangere. Roba da far diventare Dalì un commercialista di Buccinasco.
Ho anche scritto, altrove. Olivia diventa grande. Ma questa è un’altra storia. Prometto che mi dedicherò con rinnovato entusiasmo ad aggiornare queste pagine. Anche perché mi sono mancate.
Obiettivi del nuovo anno: diventare una skinny bitch, senza dimenticare di scrivere, tanto, anche qui.



martedì 10 dicembre 2013

Come d'inverno l'odore del novanta barrato

Poche condizioni stimolano la creatività più della fine di un amore: le sostanze stupefacenti sono un buon esempio. O l’utilizzo dei mezzi pubblici.
Punto primo: va bene la devozione per l’arte, ma l’amore - quando ce l’abbiamo - è meglio che ce lo teniamo stretto. Punto secondo: ho cercato di evitarlo in tutti i modi, ma mia madre legge questo blog. Punto terzo: in tempi di crisi economica e creativa, non sottovalutate mai le potenzialità di un abbonamento ATM.

C’è una linea di autobus, a Milano, che viene chiamata La Circolare. Per quanto la cosa possa sbalordire i turisti americani e irritare i pensionati torinesi, Milano è fatta a cerchi. La Circolare passa dal cerchio più esterno e gira e gira come un calcinculo alla fiera di San Luca, raccogliendo un’umanità varia e variabile, tra cui, a un certo punto, la sottoscritta.
Un giro sulla Circolare rende inutili Avventure nel Mondo e, dopo una certa ora, anche American Horror Story. È un’esperienza istruttiva che a volte ti apre il cuore sulla gente e a volte, nel cuore, ti ci fa nascere un piccolo Calderoli. In ogni caso, è una delle esperienze più ispiranti che si possano fare la mattina prima delle nove.
A proposito di i(n)spirazione, oggi pensavo che d’inverno la puzza sulla Circolare è ovviamente molto più rara che in estate. Questa notizia banale non deve essere presa con leggerezza, perché se il cattivo odore d’inverno è meno frequente, è certamente vero che è anche più intenso, inestinguibile e pestilenziale.

Un po’ come l’amore: quello raro, inaspettato e fuori stagione, è sempre il più difficile da ignorare. Nell’inverno dei cuori, l’amore è una sorpresa che non si può evitare, intensa e disarmante come la puzza del giubbotto pesante del barbone che dorme sui sedili di coda del Novanta Barrato.


martedì 19 novembre 2013

Non sai, ci vuole scienza, ci vuol costanza ad invecchiare senza maturità

Marzo 2009, era la serie delle Olive nello Sciroppo d'Acero. 
Non sono cambiate poi tante cose in quattro anni e la cosa mi commuove.
Un po' è gioia, un po' mi sa di no.

Prologo
Mentre ero in banca un gentile signore mi ha regalato un biscotto della fortuna. Il bigliettino recitava: "A child will give you food for your thoughts". E così ho pensato di fare due chiacchiere in chat con mia nipote, che ha da poco compiuto quattordici anni.

N: Ciao Aunty! ho ricevuto il tuo biglietto. I'm so happy, thank you, it's wonderful.
O: Ciao! sono contenta che ti sia piaciuto. Allora, come hai festeggiato?
N: I festeggiamenti con i parenti sono sabato sera. Comunque ho ricevuto dei cioccolatini, una tuta e una stampante.
(Una stampante? vabbe'.)

N: I cioccolatini erano buonissimi. Ma tu come stai?
O: Sto bene, mi diverto, faccio tante cose...
N: Il lavoro ti piace?
O: Sì, va bene... ma mi piace soprattutto perché mi dà tanto tempo libero.
N: Beata te. Io tra la scuola, i compiti, danza e la preparazione degli esami non ho un momento libero. Verrei anche a trovarti ma...
(ma tua madre non ti lascia ancora viaggiare sola)

N: ... ma non ho davvero tempo.
(E io che pensavo che il tempo diventasse un problema solo dopo i 25)
O: Beh, ma tanto torno presto, dai.
N: Che bello, almeno ci vediamo. Ti manca l'Italia?
O: Mi mancate voi, gli amici, la pizza... ma l'Italia in generale non tanto. Qui si sta davvero bene, è un posto civile, la gente è rispettosa e aperta.
N: La pizzaaaa non c'è? Come fai a vivere senza? Io morirei
(fiù, una cosa da quattordicenne at least)

O: No be' c'è, ma non è come quella di casa. Tipo che va un sacco quella con ananas e prosciutto.
N: Ananas? Che tipi buffi i canadesi!
(deve aver visto Mary Poppins recentemente)

O: Puoi dirlo forte baby!
N: ...
O: Guarda le mie foto sullo snowboard
(segue link a facebook, strumento che lei ignora, non nel senso che non lo conosce, nel senso che è superiore)

N: Bellissime, che posti meravigliosi! Vorrei poter vederli anche io.
O: Beh, hai tempo dai.
(smetterai di fare danza prima o poi)

N: Eh non lo so, poi c'è il liceo e poi voglio fare l'università. Voglio fare medicina. Che ne pensi?
(penso che se continuo con questa vita dissoluta, un giovane medico in famiglia mi sarà di grande aiuto)

O: Medicina è pesante e molto lunga, ma se ti piace davvero, se sei convinta...
N: Sì, mi piace molto. So che è difficile, ma voglio farla.
(ok, sto zitta)

O: Se ti piace tanto allora vedrai che non ti peserà. Se sei convinta che è la cosa giusta fai bene a farla. Io ho sempre ammirato le persone con le idee chiare sul loro futuro.
N: Tu volevi fare il tuo lavoro da piccola?
(mmm... ecco, questo è un problema. a parte che il mio lavoro non esisteva quando ero piccola. e ok che avevo un sacco di fantasia... e poi, cioè, non è che proprio faccio quello che voglio, o meglio, diciamo che non so ancora quale lavoro voglio fare. magari tra un po' scopro che è proprio questo, eh,  mica dico di no)
O: Non proprio. Diciamo che non ho mai avuto un sogno in particolare. E' un lavoro che è venuto così, col tempo. Però sono soddisfatta. Mi piace. E comunque ognuno ha il suo modo.
(shhh, le chiamano bugie a fin di bene)
O: L'importante è che quello che fai ti piaccia.
(grazie tesoro)
O: Oh, quando torno mi devi insegnare la piroette.
N: Ok, e tu mi insegni lo snowboard
O: Affare fatto
(forse dovrei dirle che le foto erano da ferma e che, insomma, sulla parte in cui ci si muove ho ancora qualche difficoltà)

N: Ma poi cosa fai? Hai tanti amici?
O: Sì, abbastanza... insomma abbastanza da non sentirmi sola.
N: A volte essere soli aiuta a maturare.
O: Vero, è una parte positiva dell'essere lontani da tutti in un paese straniero. Dovresti provarla.
(tzè, poi ne riparliamo)

N: Spero di averne l'occasione.
O: L'occasione la crei! Quando sarai più grande vedrai che troverai modo
N: Se faccio medicina non so...
O: Oh ma che secchiona. Lo studio è importante, ma devi anche vivere un po'... Ohi, però non dire a tua mamma che ti ho detto sta cosa, se no ti toglie msn
N: Ok. E poi che cosa fai?
O: Faccio lezioni di francese, nuoto, faccio foto, (scrivo cazzate sul mio blog), sto imparando anche a ballare la salsa. Io preferisco il rock, sai, però ci sono questi miei amici simpatici che la ballano e alla fine è divertente. Ah, e poi domani vado a fare tubing.
N: Che cosa è?
O: Scivoli sulla neve con una specie di canotto.
N: Bellissimo. Zia sei fantastica!
(l'ho conquistata ^^)

O: ehehe, sto cercando di cogliere tutte le occasioni e di divertirmi
N: giusto, fai bene tu che puoi
(oh, ma adesso mi vuoi far sentire in colpa?)
N: zia... devo chiederti una cosa
(ecco lo sapevo, adesso mi chiederà se la mia vita sessuale è soddisfacente e poi mi darà un paio di dritte su come sviluppare il pavimento pelvico, derl resto vuole fare medicina...)
O: va bene, dimmi.

N: ... ma tu, le balene le hai viste?

giovedì 17 ottobre 2013

Diamo i numeri

In questi giorni mi sono sforzata di utilizzare la mia mente matematica. Vi assicuro che c’è, anche se puzza di excusatio non petita. E allora vi racconto di come ho imparato a fare una stima del numero di olive in un barattolo da 250 grammi. Ho guardato un barattolo, pensato a quanto pesa un'oliva e quanto pesa il vuoto e ho calcolato che in un barattolo così di olive non ce ne è mai abbastanza.

Ma sono di parte, io, certo.

Ho anche imparato che le calcolatrici, a gran sorpresa, sono utilissime per fare calcoli: tipo che calcolano in un solo colpo quanto è il 30% in più di 1.789, che è poi anche l’anno della Rivoluzione Francese e se lo aggiungi a 1.776, che è l’anno della Rivoluzione Americana, ti dà le ultime quattro cifre del mio numero di telefono.

Insomma, è stata una settimana fiacca dal punto di vista creativo e non c’è stato nemmeno l’annuncio di un premio Nobel per la Letteratura. Però una ragazza di 28 anni ha vinto il Booker Prize con un romanzo di 823 pagine.

Così, per dire che pochi numeri, a volte, raccontano il 30% in più di mille parole.


giovedì 26 settembre 2013

Un sogno.


Stanotte ho fatto questo sogno.
Eravamo seduti in terra, la stanza era grande e di cemento. Con le gambe stese sul pavimento e le schiene appoggiate al muro guardavamo il buio, in silenzio.

Io avevo freddo e avevo le braccia fredde. Tu avevi caldo e le tue braccia erano calde.
Poi abbiamo poggiato il braccio dell'uno a quello dell'altra.
Non so chi si è mosso per primo, ma dopo non avevo freddo e tu non avevi caldo.

giovedì 16 maggio 2013

Responsabilità

Non si parla più tanto di responsabilità. Ce n'era già poca in giro e quella che c'era se la sono già presa tutta. Vedremo cosa se ne faranno, il nonno e i ragazzi in gita in Toscana.
A me, nel frattempo, sono cadute un po' le olive. Con tutto il rispetto, che comunque è poco, mi hanno stufato: è che è sempre la stessa storia e da qualche anno ormai ho capito che se guardi una puntata de Il Tenente Colombo non ti puoi aspettare un finale a sorpresa. Quindi cambio canale.

Altrove non è che ci sia materiale più avvincente, ma almeno non so precisamente chi è l'assassino dopo il settimo minuto di trasmissione. Qualcuno direbbe che al settimo minuto, su quest'altro canale, non è nemmeno iniziata la sigla di testa. E allora?


Allora penso a me. Reazione normale, chiudersi nella vita privata di fronte alle delusioni della vita pubblica. Lo sta facendo anche Sara Tommasi che, come noto, è un po' il mio modello di riferimento.
Ma bando alle ciance. Si deve parlare di responsabilità, nel privato.

La novità è che me la sto prendendo. Metto trappole per gli scarafaggi e ogni mattina cerco di rimettere nell'armadio almeno una delle 3 maglie scartate di fronte allo specchio.
Poi c'è la responsabilità della propria felicità. Non so dare esempi concreti, ma fidatevi che faccio progressi anche su questa. I sentimenti, i sentimenti invece mi mancano. E' che so tenere pulita una casa, cucinare una pasta deliziosa - facciamo mangiabile; so prendermi i miei spazi, godere di me stessa, dire i miei no e i miei più tardi, ammettere che non mi sono impegnata poi tanto, ripetere qualche chi se ne frega, e sforzarmi di sussurrare un sei brava. Sì, sto diventando brava con me stessa.
Ma i sentimenti ancora mi mancano, gli altri mi mancano; la responsabilità di dire ti amo, amami, quella mi manca.

Però arriva. State collegati, tra poco arriva.


venerdì 19 aprile 2013

Non sei tu.

Oggi mi sono ricordata di questo.
Lunga lettera d'amore scritta a mano. Attesa di giorni.
Risposta: "Olivia, sai che scrivi proprio bene?".

Dopo un paio di anni.
Straziante lettera d'addio scritta sul cartoncino della confezione delle calze. Lacrime, il tassista che suona nervosamente il clacson sotto casa, la pioggia, le lacrime, altra pioggia, la coda verso l'aeroporto.
Risposta: "Olivia, hai una grafia di merda, però scrivi davvero bene.".

Passano altri tre anni. I media cambiano, i pirla restano pirla.
Messaggio su Facebook con sentita analisi psicologica, non troppo lunga - il medium è il messaggio, e poi non è che ci fosse tutta sta roba da analizzare.
Risposta: "Olly, scrivi così bene. Grazie, ci penso su".

E' stato in quel momento che ho deciso di aprire un blog e chiudere con i pirla.
 


(immagine da Wasted Rita http://ritabored.blogspot.it)

giovedì 21 marzo 2013

Muccino

Mi è parso di rivederlo qualche tempo fa. Era lui, ne sono certa, anche se era vecchissimo e molto grasso. Che fine abbia fatto suo fratello, invece, proprio non lo so.
 (dal febbraio 2010)


Certe cose cambiano e certe non cambiano mai.
Per un Alemanno ingrassato, c'è un La Russa che resta sempre brutto uguale.
E poi c'è Muccino, quello grande. Non Silvio, il piccolo. Silvio il Piccolo è un altro e non è una questione d'età.

Insomma arriva Muccino quello grande e ti dice che a trent'anni le cose sono in un modo e a quaranta tutto cambia. A quaranta arriva la pace. E siccome io voglio bruciare le tappe, ho pensato che, forse, potrei iniziare a darmi da fare già adesso, che di pace non ce ne è mai abbastanza.

In tutta confidenza, non è che io sia proprio l'incarnazione della serenità e temo che non ci sia, tra le mie conoscenze più intime, nessuno disposto a giurare che io sia una persona pacificata. O anche solo sulla via della pacificazione. Su quella di Damasco, magari. Ma certe cose col tempo cambiano, lo dice anche Muccino.

A un certo punto nella tua vita, dice lui, capisci che le cose non sono come pensavi che fossero. Che il mondo non è più ai tuoi piedi, che le scelte che hai fatto ti hanno cambiato. Insomma, arriva un momento in cui per stare bene devi fare a patti con ciò che sei, accettarti e riconoscere che certi errori li paghi ed è giusto così. Se fai le corna a tua moglie e poi quella si mette con un altro, è normale. Dovevi aspettartelo. Le cose sono cambiate, accettalo, dice lui, e sii sereno.
Conosci te stesso, aggiunge. Se giri il mondo e sei infelice, prova a metter su famiglia. Anche se hai una laurea e un passaporto, sei un po'un granchio o un cigno selvatico anche tu. Non credere di poter scappare alla biologia.
Te l'ha mai detto nessuno? Scommetto di sì. Scommetto che almeno quella cosa del "Conosci te stesso" non ti è proprio nuova. D'altra perte, se lo dice Muccino il grande, non hai scuse, puoi arrivarci anche tu. E senza balbettare.

Io c'ho provato, domenica sera, davanti all'intervista di Fazio al Grande. Sarà stato il ritmo sincopato delle sue parole, sarà stata la rasserenante banalità del discorso, sarà stato il confronto, sarà stata la notte insonne a Temple bar, ma per un po' ci sono anche riuscita: per una mezzora sono riuscita a cullarmi in un pacifico senso di benessere e amor proprio, come una paciosa quarantenne in miniatura (con largo anticipo, s'intende).

Insomma, a volte, per stare bene, è sufficiente spegnere la testa e accendere la tv.

sabato 2 febbraio 2013

La fantasia può portare male

Ultimamente ho avuto il mio bel daffare a spiegare a qualcuno quale sia il peso di avere una certa immaginazione e di non riuscire, a mio discapito, a esprimerla a sufficienza e nella giusta situazione (questo, devo ammetterlo, prevalentemente a discapito di alcuni cari e pazienti amici).
Forse questo pezzo di dialogo aiuterà il mio interlocutore a comprendere meglio la situazione e il mio disagio.

(Nota per me: ricordarsi di mandare il link all'Interlocutore)



Mirka: Sai l'altra sera quando mi hanno montato l'armadio..
Olivia: ...l'hai aperto e sei entrata in un mondo fatato pieno di uomini bellissimi a dorso di tigre?
Mirka: No.
Olivia: Niente Narnia eh?
Mirka: No Olivia, niente Narnia, dicevo il tizio dell'armadio...
Olivia: Ti ha fatto trovare una lettera d'amore sul ripiano più alto, ma una lettera bellissima di quelle che...
Mirka: No.
Olivia: Non ci sono i più i falegnami di una volta.
Mirka: Esatto! E poi è fidanzato e comunque, per farla breve... dopo la cosa siamo andati a cena anche con Sara, la mia vicina di casa. Sai che sono amici, no? Eravamo nella pizzeria carina, quella in centro a Monza...
Olivia: Ha tagliato la pizza con il seghetto del legno!
Mirka: Mmmm. No in pizzeria c'era una coppietta. Lui un figo spaziale...
Olivia: Ci ha provato!
Mirka: Ma dai, era con la tipa.
Olivia: Ti hanno proposto una cosa a tre!
Mirka: No, dicevo che li guardavo affascinata, inizialmente proprio perché insieme erano molto teneri. Ma poi mi sono accorta...
Olivia: Lei era su una sedia a rotelle. Una tragedia, una ragazza così giovane e bella. Incidente? Malattia rara?
Mirka: No
Olivia: Lui era uno famoso e ti ha chiesto l'autografo.
Mirka: Mi sono accorta che lui non perdeva occasione: appena quella si girava un attimo, mi guardava con uno di quegli sguardi che...
Olivia: Era cieco!
Mirka: Oh ma che offendi?
Olivia: No, cioè, volevo dire che lui prima era cieco ma poi l'amore della sua fidanzata lo ha salvato e lui appena ha riacquistato la vista si è trovato davanti te e, insomma, praticamente tu per lui sei diventata come un angelo...
Mirka: Veramente mi guardava come se volesse...
Olivia: Ah, come se volesse fartisi. Ho capito.
Mirka: Aò ma me lasci finì?
Olivia: Sei arrabbiata, stai parlando in romanesco.
Mirka: Insomma alla fine se ne è andato e mi ha offerto la cena senza dire niente.
Olivia: Ecco, ti ha riconosciuto. Sarà già andato da Corona a dirgli che la figlia segreta di Carolina di Monaco e Gianni Agnelli cena in una pizzeria di Monza con un falegname e la sua fidanzata.
Mirka: Oh con te non si può proprio parlare eh. E comunque Corona sta in carcere.
Olivia: Oh, poverino.
Mirka: ...
Olivia: Ma quindi perché quel tizio innamorato della tipa sulla sedia a rotelle ti ha pagato la cena?


domenica 25 novembre 2012

La ragazza che potrebbe essere carina

La ragazza sul treno potrebbe essere carina. Ha un piercing fuori contesto sul sopracciglio destro. I capelli sono corti, non il corto asimmetrico della new wave punk di certi parrucchieri di città: è quel corto che dice sono più comodo così, ho fretta di pensare ad altro quando esco dalla doccia. La gonna dritta di velluto al ginocchio, un po' da convento, una maglia con le maniche corte e una peluria bionda intensa sugli avambracci.
Mi ha innervosito quando non si decideva a salire, quando la madre non si levava di mezzo e non ci lasciava passare. Ciao Elena, ciao continuava a ripeterle. Eppure non sembrava stesse andando chissà dove, col suo trolley piccolo, da studentessa fuori sede.
Ha l'aria di una che studia medicina, magari biologia. Provo a dormire, mi gira la testa oggi. Sento la musica che esce dalle cuffie del ragazzo di fianco, rumore bianco per le mie fantasie da dormiveglia.
Ma qualcosa, quasi subito, mi sveglia: la ragazza parla con un'amica al telefono. Dice il nome e suona come Tiziana, ma non ne sono sicura, le dice che è stata una giornata pesante, le dice ti racconto dopo che ora no, ora non ce la faccio e ho bisogno di digerirla questa giornata.
Piange, l'amica capisce, non lo so, ma di certo dice qualcosa come non ti preoccupare tra poco ci vediamo e mi dici tutto. La lascia riattaccare. Penso che riattaccare è un verbo un po' obsoleto per un iPhone, ma lei continua a piangere e ci si butta con tutti gli occhi in quell'iPhone.
Passa il tempo quasi di un'intera fermata prima che si calmi almeno un po', prima che capisca di aver bisogno di un fazzoletto e trovi il coraggio di alzare lo sguardo per spostarlo verso il suo zainetto. Per un istante i nostri occhi si incrociano, ma sento il pudore che li spinge altrove. Dove avrà messo quei dannati fazzoletti?
Rovisto nella mia borsa. Parlarle no, non posso. Chiederle se è per sua nonna che piange, se sta davvero così male. Penso alla mia di nonna. A una sola; all'altra no, non so perché, ma non ci penso quasi mai. Che stronza. E così faccio per darle il fazzoletto, ma mi ha preceduto di un secondo e è già lì che asciuga e soffia. Già sta meglio, o così sembra e  io posso tornare ai miei sogni, all'avviso dell'altoparlante che mi regala altri venti minuti di nulla tra le campagne di nebbia, a quel desiderio che si allontana per riavvicinarsi, al bacio morbido in un cinema o in quell'auto, ma solo sulla fronte.
Quando mi risveglio, la ragazza che potrebbe essere carina guarda fuori, si vedono quei due palazzi quasi alti, quasi di vetro. Il ragazzo di fianco a me è ancora assorto in un foglio con parole piccole messe ad elenco; forse non si è accorto di nulla o fa solo finta, o forse per la prima volta pensa che aveva ragione sua madre: non dimenticare, tesoro, i fazzoletti.

venerdì 9 novembre 2012

Very important niente

Arranco sul binario dodici con il trolley, una brutta borsa del computer e tendinite da tacchi. Vorrei già essere a casa nella Jacuzzi, o nel bidet, che è più realistico, ma il mio percorso è interrotto da un cordone di velluto e un tappeto rosso. Nemmeno sulla Croisette... Prego passare a sinistra lagna come un mantra il train manager di Trenitalia. La gente attorno a me si volta e dice E' lui, sì sì, guardalo.
Io, che non riconosco un vip nemmeno quando sono a cena con lui, mi volto curiosa sperando di scorgere un volto amico nella figura grassoccia vestita di nero oltre il cordone. O almeno che sia Francesco Guccini. Invece no. Forse ho sbagliato tutto: magari è quel giovanotto accanto a lui il vip, forse sì, magari quello è proprio Will Smith. Attorno a me tutti sembrano capire ma non apprezzare e io consolo il mio senso di alienazione ripetendo una frase amica: I Vip, Olivia, sono le persone importanti per Te. Allora faccio finta che sia Guccini, anche se odia il nero e per emigrare in America prende il tram, e con l'anima in pace ma lontana, mi affretto verso le scale: sono la donna straniera riflessa sul finestrino del treno, ombra colorata che viaggia in direzione contraria. E ostinata. (Speriamo).