Non aveva mai creduto in dio. L’idea di un signore con la barba che vive sulle nuvole le era sempre parsa ridicola. Però credeva in tante cose che, messe tutte insieme, facevano un baffo al signore con la barba.
Credeva, ad esempio, che i giorni sono tutti uguali, finché non ne arriva uno diverso. Credeva che le cose succedono per caso, ma quel che ci resta, con il caso non ha nulla a che spartire. Soprattutto era convinta che ogni persona avesse qualcosa da insegnarle.
Luca in terza elementare le aveva insegnato che non si regalano profumi ai maschi per San Valentino. Che anche alle femmine è meglio non regalare profumi, le era arrivato in insegnamento da Sergio, insieme al flacone ben impacchettato trovato in omaggio nel fustino del Dixan.
Dalla sua amica Eva aveva imparato a lasciare con classe, da Pietro aveva capito che conta di più essere lasciati con classe. Aveva imparato a baciare, che non è una cosa banale, ma il nome di chi glielo aveva insegnato non lo voleva dire mai più. Crescendo, le cose che imparava erano più complicate e in ogni caso sempre più brutte o sempre più belle delle precedenti.
Era così immersa in questi pensieri che aveva saltato la fermata, avrebbe camminato un po’: era in anticipo e aveva creduto di essere in ritardo, e il fatto di dare la colpa al cambio dell’ora e non alla vodka la faceva sentire vecchia, e un po’ bugiarda.
Era convinta che sarebbe stato uno di quei giorni uguali a tutti gli altri: gli uomini passeggiavano sempre con l’impermeabile sopra il pigiama, le macchine si spegnevano ai semafori e le foglie continuavano a cadere scivolando sotto i tacchi delle signore pronte per la messa.
Non sapeva ancora che quel giorno sarebbe stato un giorno un po’ diverso: il parrucchiere le avrebbe insegnato che i boccoli non erano di moda, quell’inverno; Sara le avrebbe insegnato la ricetta dei biscotti di zenzero e un messaggio da molto lontano le avrebbe ricordato che l’amicizia vince il tempo e lo spazio, anche senza velocità.
E poi avrebbe imparato che proprio quando non ti aspetti nulla arrivano le sorprese migliori, e che le sorprese migliori a volte portano lo stesso nome che avresti giurato di non dire mai più.
martedì 12 novembre 2013
mercoledì 6 novembre 2013
Questione di livelli
L’amore è una
questione di livelli. Questo pensava Agnes raccogliendo i vestiti sparsi
sul parquet.
C’erano dei pantaloni molli, forse un pigiama, c’era la
buccia di una banana mangiata quando era ancora troppo verde, i fogli di un
giornale patinato. L’amore era tutta una questione di livelli per Agnes. Puliva
i residence degli studenti, non era un brutto lavoro: capitava di dover pulire
il vomito, quello sì che le faceva schifo, ma il più delle volte doveva solo
spostare dei libri e piegare qualche camicia, qualche bel golf.
Ecco il primo livello dell’amore, la raccolta. Raccogli oggetti, indizi. Devi imparare ad amare tutti i
significati che si portano dietro le mutande abbandonate, le parole ascoltate
con troppa fretta. Ti devi chinare, devi toccarli, sentire quel che hanno da
raccontarti con il loro profumo, il loro colore, il tempo che li ha trasformati
o la novità che li ha portati presto a essere dimenticati. Crei un racconto, l’idea
dell’altro, qualcosa che si avvicina alla sua conoscenza e lì puoi decidere di
fermarti.
Oppure puoi passare al secondo livello (ah, la volontà, che
cosa sarebbe l’amore senza la volontà?).
Il secondo livello è l’ingresso.
Capita che gli indizi ti piacciano (a volte capita anche ad Agnes tra un giro
di polvere e una lavatrice) e allora vai, cerchi di entrare. L’ingresso è
fondamentale: si tratta di passare da come ti appare una persona a quel che
questa persona lascia scoprire di sé. Non è scoprire la sua verità (e chi la
conosce, davvero, la verità su se stesso?): è entrarci dentro. Magari non la
sai, magari non ci capisci niente, ma in quella stanza ci rimani e te ne lasci
inondare.
Agnes lo faceva, a volte. Le era capitato con uno studente
dell’ultimo anno. Erano rari quelli dell’ultimo anno; di solito andavano in
appartamenti indipendenti, si spostavano. Lui invece era rimasto nella stessa
stanza per tre anni. Agnes amava quella stanza: aveva raccolto pagine
stracciate e dischi rotti, aveva raccolto petali di fiori, sentito il profumo
delle ragazze che passavano i pomeriggi a studiare lì. Anche lei studiava, ma lo
faceva in un’università statale, studiava filosofia senza la speranza che
questo la allontanasse dalle pulizie nei residence e negli uffici. In quella
stanza non aveva solo raccolto, aveva ascoltato, respirato, sentito la verità
del ragazzo dell’ultimo anno. Non era passata al terzo livello.
Il terzo livello è l’abbraccio.
Agnes non abbracciava un ragazzo da tre anni, ma questa è un’altra storia. Dopo
che hai raccolto gli indizi, dopo che sei entrato nell’altro: ecco, dopo lo
devi abbracciare, stringerlo come la corteccia di una quercia centenaria, come il pupazzo di quando eri piccolo o la sabbia bagnata. Lo abbracci finché il punto in cui finisci tu e
inizia lui ti sembra non avere più importanza. Accetti, prendi, dai. In quella
stanza in cui ti sei fatto affascinare dagli oggetti caduti dalle mensole,
quella stanza in cui hai ammirato estasiato i segni dei suoi passi, proprio in quella
stanza, con l’abbraccio, inizi a vivere. E non conta tanto quanto ci resti,
conta che ci sei.
giovedì 24 ottobre 2013
Lost Lagoon
Un racconto della fine del 2010.
"E' che sono stanca. Forse non ti sopporto più."
Guarda un sasso da vicino, ne studia le imperfezioni con l'indice.
"Sì, mi soffochi. Come una coperta sulla faccia. No, come una valanga".
Si bagna il dito con la saliva e disegna una faccia sul lato più liscio del sasso.
"Perché non mi guardi?"
Le concede un'occhiata, inspira.
"Dovresti dire qualcosa."
Gli prende il sasso dalla mano, lo lancia nello stagno. Per poco non prende un cigno.
"Credevo di averti stancato."
"Lo so."
Gli appoggia la testa tra le scapole, gli stringe la pancia con le braccia.
Trattiene il fiato, uno di quegli uccelli neri si è buttato sott'acqua, non respira finché non lo vede riemergere.
"Hai ragione."
"Cosa?"
"Soffocare. Non è piacevole."
Lo lascia andare.
Gli viene in mente la canzone di una pubblicità. Deve comprare il detersivo. Delle birre. Stanno facendo tardi.
"Era solo una metafora."
"Lo so."
"Ti amo."
"Anche io."
"Lo so."
lunedì 21 ottobre 2013
A/B Normal
Nel mondo della pubblicità, l’A/B testing è una metodologia che permette di decidere quale variante di una comunicazione raggiunge meglio l'obiettivo. Le due varianti vengono somministrate a due gruppi diversi ma omogenei di pubblico e quella che dà i risultati migliori viene poi scelta come definitiva e utilizzata sulla totalità dall’audience.
Per farla semplice, con l’A/B testing capisci se è meglio mettere il bottone “Registrati” in basso a destra o se la foto con lo sfondo blu ti farà fare più soldi di quella in bianco e nero.
In breve, è un modo per non prendere decisioni.
Un modo per farle prendere agli altri.
Praticamente il paradiso del maschio tra i 25 e i 40 anni.
Capito la svolta?
Con questa tecnica non sei tu a decidere che cosa sia meglio per te (il tuo sito, la tua campagna di pubblicità, la tua iniziativa di raccolta fondi per diventare Presidente degli Stati Uniti, la tua relazione problematica con la suocera); con questa tecnica lo fai decidere agli altri. Tu devi solo definire l’indicatore sulla base del quale, a un certo punto, l’opzione A prevarrà sulla B o vice versa: vendite di pannolini per i primi passi, calo significativo dell’effetto serra, felicità in genere.
Vorrei rinascere in un’epoca in cui l’A/B testing sarà uso comune anche per le scelte solide della quotidianità: un universo dove un’Olivia prende il 2 e l’altra la verde e la prima che arriva a Lanza compra i biglietti per il prossimo Cyrano, che verrà visto da una delle due, mentre l’altra uscirà con quel tipo che un po’ le piace, sì, ma non la convince fino in fondo e quindi non sa se val la pena saltare la prima di Cyrano con la zia che viene a trovarla dall’Umbria per uscire con un tipo che non è che le piaccia poi molto.
Insomma, una vita così, dove non sbagli mai. O se sbagli, almeno lo sai. Perché il problema delle decisioni, nella vita reale, non è tanto che devi prenderti la responsabilità di prenderle. Non puoi stare in eterno nel mezzo di un incrocio, questo lo sanno anche i bambini di quattro anni. Il problema, nella vita reale, è che una volta che scegli di prendere una strada non puoi sapere come sarebbe andata se ne avessi presa un’altra.
Anche tutta la faccenda del meglio un rimorso che un rimpianto, se ci pensi bene, non ha nessun senso. E' tutta un'illusione a posteriori. Che differenza c'è tra il rimpianto per non avere preso il tram e il rimorso per essere salito sulla metro? Nessuna. E lo sai. Ed è così che ti arrabatti tra paure, divinazioni, buoni consigli e cattivi esempi. Perché non c'è differenza tra un rimorso e un rimpianto e soprattutto perché non puoi fare un A/B test nella vita reale.
Che poi, lo confesso, ogni volta che penso a A/B testing mi viene in mente questo:
Per farla semplice, con l’A/B testing capisci se è meglio mettere il bottone “Registrati” in basso a destra o se la foto con lo sfondo blu ti farà fare più soldi di quella in bianco e nero.
In breve, è un modo per non prendere decisioni.
Un modo per farle prendere agli altri.
Praticamente il paradiso del maschio tra i 25 e i 40 anni.
Capito la svolta?
Con questa tecnica non sei tu a decidere che cosa sia meglio per te (il tuo sito, la tua campagna di pubblicità, la tua iniziativa di raccolta fondi per diventare Presidente degli Stati Uniti, la tua relazione problematica con la suocera); con questa tecnica lo fai decidere agli altri. Tu devi solo definire l’indicatore sulla base del quale, a un certo punto, l’opzione A prevarrà sulla B o vice versa: vendite di pannolini per i primi passi, calo significativo dell’effetto serra, felicità in genere.
Insomma, una vita così, dove non sbagli mai. O se sbagli, almeno lo sai. Perché il problema delle decisioni, nella vita reale, non è tanto che devi prenderti la responsabilità di prenderle. Non puoi stare in eterno nel mezzo di un incrocio, questo lo sanno anche i bambini di quattro anni. Il problema, nella vita reale, è che una volta che scegli di prendere una strada non puoi sapere come sarebbe andata se ne avessi presa un’altra.
Anche tutta la faccenda del meglio un rimorso che un rimpianto, se ci pensi bene, non ha nessun senso. E' tutta un'illusione a posteriori. Che differenza c'è tra il rimpianto per non avere preso il tram e il rimorso per essere salito sulla metro? Nessuna. E lo sai. Ed è così che ti arrabatti tra paure, divinazioni, buoni consigli e cattivi esempi. Perché non c'è differenza tra un rimorso e un rimpianto e soprattutto perché non puoi fare un A/B test nella vita reale.
Che poi, lo confesso, ogni volta che penso a A/B testing mi viene in mente questo:
giovedì 17 ottobre 2013
Diamo i numeri
In questi giorni mi sono sforzata di utilizzare la mia mente matematica. Vi assicuro che c’è, anche se puzza di excusatio non petita. E allora vi racconto di come ho imparato a fare una stima del numero di olive in un barattolo da 250 grammi. Ho guardato un barattolo, pensato a quanto pesa un'oliva e quanto pesa il vuoto e ho calcolato che in un barattolo così di olive non ce ne è mai abbastanza.
Ma sono di parte, io, certo.
Ho anche imparato che le calcolatrici, a gran sorpresa, sono utilissime per fare calcoli: tipo che calcolano in un solo colpo quanto è il 30% in più di 1.789, che è poi anche l’anno della Rivoluzione Francese e se lo aggiungi a 1.776, che è l’anno della Rivoluzione Americana, ti dà le ultime quattro cifre del mio numero di telefono.
Insomma, è stata una settimana fiacca dal punto di vista creativo e non c’è stato nemmeno l’annuncio di un premio Nobel per la Letteratura. Però una ragazza di 28 anni ha vinto il Booker Prize con un romanzo di 823 pagine.
Così, per dire che pochi numeri, a volte, raccontano il 30% in più di mille parole.
Ma sono di parte, io, certo.
Ho anche imparato che le calcolatrici, a gran sorpresa, sono utilissime per fare calcoli: tipo che calcolano in un solo colpo quanto è il 30% in più di 1.789, che è poi anche l’anno della Rivoluzione Francese e se lo aggiungi a 1.776, che è l’anno della Rivoluzione Americana, ti dà le ultime quattro cifre del mio numero di telefono.
Insomma, è stata una settimana fiacca dal punto di vista creativo e non c’è stato nemmeno l’annuncio di un premio Nobel per la Letteratura. Però una ragazza di 28 anni ha vinto il Booker Prize con un romanzo di 823 pagine.
Così, per dire che pochi numeri, a volte, raccontano il 30% in più di mille parole.
martedì 8 ottobre 2013
Turpe voglia, occhiali 3D
Uno dei miei versi preferiti di Guccini recita Poi chiusa la soglia/ Do sfogo alla mia turpe voglia / Ascolto Bach.
Recentemente ho visto l’ultimo film di Sofia Coppola, prima il vincitore del Festival di Venezia, un po’ di roba vecchia di Almodovar, almeno due titoli nominati per qualche motivo al Sundance. La mia turpe voglia, invece, oggi mi fa pensare con intensità a un giro in un multisala di periferia.
E’ lo stesso genere di desiderio di soggiornare nell’anonimato di un grande hotel di lusso: la voglia di negazione, di perdita, di quell’altrove che, catapultandoti così lontano dal tuo mondo, è il solo a saperti riportare dritto dentro te stesso.
Ho voglia di perdermi in un universo di coda alle casse, di ragazzi con la polo gialla che nascondono una biografia di Chabrol sulle ginocchia, di occhiali 3D, di mani unte di popcorn al burro, di pubblicità, di gente che si alza con i titoli di coda.
Ho voglia di dimenticarmi di spegnere il cellulare e di addormentarmi cullata dalle vibrazioni del dolby digital, dalle tue carezze.
Recentemente ho visto l’ultimo film di Sofia Coppola, prima il vincitore del Festival di Venezia, un po’ di roba vecchia di Almodovar, almeno due titoli nominati per qualche motivo al Sundance. La mia turpe voglia, invece, oggi mi fa pensare con intensità a un giro in un multisala di periferia.
E’ lo stesso genere di desiderio di soggiornare nell’anonimato di un grande hotel di lusso: la voglia di negazione, di perdita, di quell’altrove che, catapultandoti così lontano dal tuo mondo, è il solo a saperti riportare dritto dentro te stesso.
Ho voglia di perdermi in un universo di coda alle casse, di ragazzi con la polo gialla che nascondono una biografia di Chabrol sulle ginocchia, di occhiali 3D, di mani unte di popcorn al burro, di pubblicità, di gente che si alza con i titoli di coda.
Ho voglia di dimenticarmi di spegnere il cellulare e di addormentarmi cullata dalle vibrazioni del dolby digital, dalle tue carezze.
martedì 1 ottobre 2013
Confessioni di una fluffer
A parte che mi chiedo se sono sempre e solo donne. Probabilmente sarebbe più efficiente se fossero degli uomini o, meglio ancora, se gli attori provvedessero da sé. Il porno in tempi di crisi.
Comunque non è che sia un’esperta del genere o che mi stia appassionando
di econometria della catena del valore nel settore cinematografico. È la
figura che mi interessa.
Un po’ mi sento così, preparatoria: una vita in attesa, un
po’ di fatica, poca soddisfazione e poi sotto i riflettori ci va qualcun altro.
Per un po’ non è stato poi così male: ho imparato, ho imparato molto. Nel
grande equilibrio della vita, ho pensato, ho dato il mio contributo come tutti;
quel che ho fatto l’ho fatto bene, anche dosare le forze è una qualità in
determinate situazioni.
Ma adesso non ho più voglia di dosare le forze, conosco la
sceneggiatura e posso improvvisare, gli attori non mi intimidiscono più e il
pubblico conterà solo alla fine della storia. Il film verrà bene, ci conto. E
se verrà male, me ne prenderò la colpa. Meglio quella che trovarsi come sempre a mani vuote.
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