martedì 28 ottobre 2014

Giorni speciali

Oggi ho pensato di scrivere un post che mi ha ricordato questo, del diciassette dicembre 2009.
Ne sono passati, di giorni speciali, sotto i ponti.

Ci sono davvero pochi giorni veramente importanti nella vita di una persona. Tre, cinque? Sette al massimo. Lo sappiamo. Ma allora cosa ci spinge, ogni giorno, a cercare un indizio, un lampo, l'incontro con una novità o il gioco a rimpiattino con una sorpresa?

E' che ogni giorno può essere buono, è che non sempre ce ne accorgiamo.
A volte i giorni diventano importanti postumi, a volte in contumacia.

Oggi forse è uno di quei giorni. Diciassette Dicembre.
Suona anche bene.


martedì 14 ottobre 2014

A volte è il caso.


A volte è il caso. A volte è la pazienza.

Una volta mi sono innamorata di un uomo che scendeva da un taxi: non parlava la mia lingua, ma portava un bellissimo cappotto blu. Aspettavo un'amica fuori da un bar, si congelava, ma non volevo entrare perché c'era un altro bar di fianco e non ricordavo bene in quale, dei due, avessimo alla fine deciso di incontrarci. Lui era in ritardo per un appuntamento perché gli si era rovesciata una bottiglia di profumo nella valigetta. L'aveva comprata per la moglie che stava per lasciare.
Si perde molto prima l'amore dell'abitudine.

Un'altra volta erano dieci anni. Conoscevo ogni centimetro delle sue paranoie, anche se non avevo mai sbirciato nel suo armadio e non aveva trucchi da prestarmi. Parlavamo di filosofia e amore e ricette per il welfare. Non mi piaceva, non mi piaceva per niente. Un giorno eravamo in un negozio: si metteva maglioni orrendi e non potevo permettere che uscisse, conciato così, con la più bella del corso. Ma con la più bella, si scoprì più tardi, non ci doveva proprio uscire e il suo maglione peggiore era caldissimo e il suo caffè a letto, il giorno dopo, il più dolce che avessi mai assaggiato.
Un'abitudine, quando la perdi, lascia uno spazio che non potevi immaginare.

Ecco, non so perché mi tornano in mente queste storie. Però è qualche giorno che penso che va bene il caso, ma a volte una cosa, se non è il caso che la porta, magari è la pazienza che la sta preparando.




martedì 7 ottobre 2014

Due più due

Le aveva fatto tornare la voglia di studiare matematica. Con quel suo modo di scompigliarle i capelli era riuscito a scompigliarle anche i pensieri. Non prendeva in mano un libro di matematica da tanti anni che, ormai, non sapeva più nemmeno come fare a contarli.

Non è vero che certe cose non si dimenticano. Va bene la bicicletta, ma le disequazioni? Ah, come aveva amato le disequazioni. Solo per il fatto che fossero "dis". Distratte, disperate, distinte, distanti: non aveva mai provato una simile affinità con qualcosa che non fosse ricoperto di riccioli neri.
Questo non significa che poi non le avesse dimenticate. A un certo punto, tra l'esame di sociologia e l'ultima lacrima per un ricciolo nero, aveva deciso che sarebbe stato molto più utile rimpiazzarle con la voce inglese per "valvole pneumatiche a doppia sfera metallica" o l'arabo per "vaglio vibrante deglassato".

Aveva dimenticato anche come si ama. Non la tecnica in sé: nelle sue lunghe trasferte - a Bruxelles o a Doha non faceva differenza - l'allenamento non si era fatto mancare. Eppure si era sentita come al primo giorno di scuola quando lui le aveva parlato dell'amore. La prima volta era stato come un gioco con un abbecedario. Poi si era fatto tutto più difficile e le parole si sovrapponevano in pensieri così complessi che diventavano una musica, una sberla.

Un giorno un suo amico le aveva detto "Se hai un problema, Teresa, moltiplicalo". Lei non aveva mai capito il significato di questa frase fino in fondo, ma siccome le piaceva complicarsi la vita, aveva seguito il consiglio con una fede cieca, certa che prima o poi il senso si sarebbe svelato come un fiore che sboccia in autunno.
Così aveva deciso di rimettersi a studiare la matematica. Perché certe cose non si possono spiegare con le parole, ma nessuno aveva ancora dimostrato che non valesse la pena provarci con un integrale doppio.



domenica 5 ottobre 2014

Doppio sogno

Ti sogno quasi tutte le notti, come uno spettro, un residuo: quel piatto mangiato di corsa appena prima di dormire che sai anche tu che non dovresti, che sai già ti farà male. Mi appari quasi sempre sotto forme non volute, troppo vicine a quel che sei, o così lontane che quando mi sveglio mi illudo che mi stia passando.

L'altra notte ho sognato un treno, un'alba che si accendeva veloce come le luci di un club in periferia. Nelle mie scorribande notturne avevo perso una borsa e la città si muoveva come sul tapis roulant di un aeroporto. Ti cercavo. Non era la borsa, non era il treno che, comunque, avrei perso. Non era l'uomo che avevo baciato forte, sul divano e sotto le coperte, o i polsi stretti fino a fare male, un grido che cazzo, stai attenta che ti possono sentire. Ti cercavo come il risveglio, le unghie strette nei pugni: solleva una palpebra adesso, non la senti la pancia che brucia, non la senti la sete?

Quando ho aperto gli occhi la stanza era invasa di cuscini. Suonava una bossanova come in filodiffusione e dalla porta aperta del bagno l'ombra di un uomo si guardava allo specchio. Qualcuno avrebbe giurato fossi tu.


venerdì 26 settembre 2014

Scegliere le scarpe

Martina aveva delle scarpe brutte.
Guardava le scarpe brutte di Martina e pensava che non importasse poi così tanto portare delle belle scarpe. Sua madre aveva tante scarpe che ci aveva riempito una stanza. Martina le aveva detto che anche una moglie di un dittatore sudamericano aveva una stanza piena di scarpe.

Non si ricordava il nome quando l'aveva detto a sua madre, ma lei si stava infilando un orecchino di perla, l'ultimo gesto prima di uscire, prima del Bloody Mary con cui si dava la forza per sopportare le serate, e non aveva notato l'incompletezza del ricordo. A sua madre non piaceva che vedesse Martina.

Sua madre aveva delle scarpe sempre molto curate, come se avesse trovato il modo di camminare a dieci centimetri da terra per non rovinarle. Martina, invece, aveva delle scarpe brutte.
E lei, in questo mondo, ancora non sapeva quali scarpe scegliere.



giovedì 5 giugno 2014

Belle Scritte

Nell'uso dei social network si sta diffondendo un'abitudine perniciosa. Se rabbrividite di fronte ai test sulla città in cui dovreste vivere o il personaggio Disney che dovreste essere se vivessimo tutti in un castello nei sobborghi di Paperopoli, allora mettetevi una maglia pesante. Sto parlando della moda delle citazioni ispirate. Consigli che manco mia nonna che non può più dare il cattivo esempio, lampi di genio che nemmeno la pagina Facebook di Violetta.

Di solito ritraggono frutteti in fiore o bambini nudi che limonano cuccioli di cane e riportano, sovraimpressi, dei motti di spirito dall'alto valore motivazionale, spesso scritti in Comic Sans o in un carattere che ve lo farà rimpiangere, il Comic Sans. Non che abbia mai verificato le fonti, ma normalmente sono attribuite a un filosofo dal nome francese, a un dalai lama a scelta, o a mio cugino di Abbiategrasso.

Oggi ne ho trovata una che mi ha colpito particolarmente. Ve la faccio breve (e in Helvetia). Dice: "se una persona ti vuole, ti cerca; se le manchi, almeno un what's up te lo manda".
Niente da eccepire, per carità. Però noto un inquietante vizio logico.

Diciamo che io voglio vedere se Tizio mi cerca, quindi non solo non lo chiamo, ma non gli faccio nemmeno un like sulla foto del suo ultimo scatto #nofilter #solocosebelle. Ne ho tutti i diritti, per carità: vediamo che fa Tizio. Magari mi manda dei fiori in ufficio.
Magari.

Ma magari Tizio ha letto la stessa massima sopra il cielo del crepuscolo di un'isola polinesiana e quindi pensa: "Oh, vediamo un po' sta Olivia se mi pensa. Col cavolo che le faccio like sul selfie in costume da bagno e la spalla panata nella sabbia del Salento".
Così passano i giorni, io mi lamento con le amiche e  Tizio si strugge giocando a Pes.

Ma la voglia di vivere prima o poi torna, perché in fondo ci siamo visti solo due volte e, sì, un po' ci manchiamo, ma non abbastanza per andare contro i dettami del Dalai Lama: siamo persone con dei principi, noi. (Era anche per questo che mi piaceva tanto, sigh). Così, quando le pulsazioni e la fame nervosa si calmano e  il tasso di verifica delle notifiche sull'iPhone torna nella norma, un giovedì sera qualunque, ci incontriamo al Cape Town. Perché il destino è cieco, ma alla fine a Milano sono sempre quei quattro locali che vanno.

"Guarda Sabri, c'è quello che non si è più fatto sentire. Che vergogna. Per fortuna non ci sono stata, pensa come starei male adesso!".
"Oh, girati, quella è la stronza che non c'è stata. E poi manco un messaggio per ringraziarmi del sushi. Sessantotto euro buttati nel cesso". La serata passa e nemmeno ci salutiamo: io sono troppo impegnata a fingere di flirtare con un designer di ventidue anni, mentre lui nemmeno finge di provarci con la biondina seduta sul marciapiede.

E a nessuno dei due viene da chiedersi come sarebbe andata se solo il Dalai Lama, o mio cugino di Abbiategrasso, si fosse fatto i cazzi suoi.

Foto Credit: Belle Scritte


giovedì 8 maggio 2014

Something stupid like I love you

Era la fine di novembre del 2008 e facevo un elenco dei ti amo. Ora potrei allungarlo all'infinito, ma non è questa la regola. Però posso promettere di tornarci su. Presto.




C'è quello da bambini, sui biglietti colorati o confessato alla mamma con grugno serio da persona grande. Quelli sui diari e quelli urlati, e tutti gli altri solo pensati. Quelli chiusi in un pianto e quelli che fanno commuovere perché non ci avresti più sperato. Quelli di fronte a un tramonto, quelli che sono solo gioia. Quelli consueti come un ciao, ma belli lo stesso perché sai che sotto sono veri e intensi. Quelli scritti su un muro per riconquistare, quelli per tradire, per raggiungere scopi, quelli gratuiti o regalati. Quelli che sai che non torneranno più e quelli che sai che non sono mai arrivati.

Io ricordo quello di un momento, quando lo sentivo premere forte nella testa e nel petto, senza uscire.
Perché il più grande nemico di tutti i ti amo del mondo è la paura.